E se non pago la quota cosa succede?

Car* collega il pagamento della quota associativa annuale entro i termini e con le modalità previste è un obbligo professionale (art. 71 Codice Deontologico) ed il termine è scaduto il 31 marzo 2026.

 Cosa succede se non ho pagato entro la scadenza?

Il mancato pagamento entro il termine del 31/03 comporta l’avvio di procedure amministrative, il che significa che alla prima seduta utile del Consiglio Regionale successivo al 31/3 il CROAS viene deliberato l’invio del “sollecito bonario” alle e ai colleghi inadempient* e pubblicato sul sito istituzionale del CROAS Lombardia con finalità pubblicista. 

Trascorsi 30 giorni dalla decorrenza dei termini del sollecito bonario, il CROAS delibera per ogni iscritt* non pagante, una diffida ad adempiere con scadenza a 30 giorni dalla ricezione della stessa; alla diffida si aggiunge un nuovo bollettino con importo maggiorato di € 10 di diritti di segreteria. 

Scaduti i 30 giorni, senza alcun pagamento, il Consiglio Regionale delibera le posizioni inadempienti come morosi e le trasmette al soggetto deputato alla riscossione. 

Ricordiamo in ultimo l’art. 82 del nostro Codice Deontologico prevede che “Il mancato pagamento della quota associativa all’Ordine per due annualità consecutive o, comunque, per due annualità nell’arco di un triennio e la carenza o la mancata comunicazione all’Ordine del proprio domicilio digitale, comportano – previa diffida ad adempiere – la sospensione in via amministrativa dall’esercizio della professione fino alla regolarizzazione della posizione dell’iscritto. Della sospensione è data immediata comunicazione al datore di lavoro, se presente, e all’Autorità Giudiziaria quando previsto dalla legge. Le modalità di applicazione delle disposizioni del presente articolo sono disciplinate dal Consiglio Nazionale dell’Ordine”.

 

 

DARE FORMA ALLA RIFORMA: L’esperienza delle assistenti sociali di Brescia

Il primo documento in condivisione analizza il primo anno di sperimentazione del D.Lgs. 62/2024 a Brescia, offrendo una riflessione privilegiata sul passaggio dal modello assistenziale a quello centrato sull’autodeterminazione della persona con disabilità. Attraverso l’analisi di nodi cruciali come la valutazione di base, i Centri per la Vita Indipendente e il Progetto di Vita, le autrici condividono prassi e criticità emerse sul campo. Il contributo si propone come una guida essenziale per la comunità professionale, volta a trasformare il cambiamento normativo in una reale evoluzione culturale e operativa dei servizi.

 

DARE FORMA ALLA RIFORMA

La sperimentazione del D.Lgs. 62/2024 a Brescia : l’esperienza delle assistenti sociali di Brescia

Il Decreto Legislativo 3 maggio 2024, n. 62 rappresenta una delle riforme più rilevanti degli ultimi anni in materia di disabilità, attuando i principi della Legge Delega n. 227/2021 e recependo in modo più compiuto l’approccio della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Il decreto propone un cambiamento profondo di paradigma: supera una visione prevalentemente assistenziale e sanitaria per orientarsi verso un modello centrato sulla persona, sulla valorizzazione delle capacità individuali, sull’autodeterminazione e sulla partecipazione alla vita sociale delle persone con disabilità. L’attuazione del D.Lgs. 62/2024 è stata avviata attraverso una fase sperimentale in alcune province pilota, tra cui Brescia, con l’obiettivo di testare il nuovo impianto prima della sua estensione a livello nazionale prevista per il 2027. Per i servizi coinvolti, questa sperimentazione ha rappresentato non solo un cambiamento organizzativo, ma un vero e proprio banco di prova culturale e professionale.

Scriviamo questo articolo come assistenti sociali di un servizio specialistico di Brescia a conclusione del primo anno di sperimentazione. Un anno fa ci interrogavamo su come il decreto avrebbe inciso concretamente sul nostro lavoro quotidiano, sui percorsi delle persone con disabilità e sul rapporto con le loro famiglie. Oggi possiamo affermare di aver vissuto un’esperienza intensa e complessa, che ci ha posto in una posizione di osservazione privilegiata rispetto ai cambiamenti in atto, ma anche alle criticità emerse nella fase di transizione.

Il contributo che proponiamo nasce dal desiderio di condividere riflessioni maturate sul campo, nella consapevolezza che ogni territorio declinerà la riforma in modo diverso, in relazione alle proprie caratteristiche. Le considerazioni che seguono non hanno quindi la pretesa di essere generalizzabili, ma intendono offrire spunti di lettura e interrogativi utili alle colleghe, ai servizi che, nei prossimi anni, saranno chiamati ad accompagnare l’attuazione del D.Lgs. 62/2024.

Abbiamo scelto di strutturare questo contributo attorno a quattro macro-temi che, nella nostra esperienza, hanno rappresentato i nodi centrali della sperimentazione: la valutazione di base, il Progetto di Vita indipendente (PVI), il ruolo dei Centri per la Vita Indipendente (CVI) e lo sguardo delle persone con disabilità.

 

LA VALUTAZIONE DI BASE

Il primo nodo della riforma

Di Sofia Fiocco Patuzzi

L’1 gennaio 2025 è avvenuto il primo vero cambiamento nella nostra operatività con il passaggio dalle tradizionali Commissioni Invalidi, alla valutazione di base, introdotta dal D.Lgs. 62/2024 che rappresenta il primo livello di riconoscimento della condizione di disabilità. Il passaggio è avvenuto in modo repentino, senza la previsione di fasi intermedie di accompagnamento o sperimentazione graduale. Questa modalità ha generato, soprattutto nei primi mesi, una fase di forte disorientamento nei servizi e nei cittadini. Dal punto di vista professionale, non siamo state coinvolte nel processo di trasformazione del sistema di accertamento e abbiamo interrotto la nostra partecipazione alle Commissioni di invalidità.

Il Dipartimento per le politiche in favore delle persone con  disabilità afferente ai Ministeri del Lavoro e delle Politiche sociali e della salute, ha organizzato un percorso formativo al quale hanno partecipato solo alcune colleghe; per questo motivo abbiamo avviato autonomamente lo studio del D.Lgs. 62/2024 all’interno delle attività dei nostri gruppi professionali di miglioramento. Tale approfondimento ci ha consentito di iniziare a cogliere la portata culturale e concettuale del cambiamento in atto, anche sotto il profilo del linguaggio: si passa definitivamente da persona handicappata a persona con disabilità; dalla disabilità grave alla lettura dei bisogni di sostegno; dalla commissione di invalidità all’Unità di valutazione multidimensionale; dai benefici economici ai diritti esigibili; dalle agevolazioni ai sostegni personalizzati. Non si usa più il termine diagnosi ma si fa riferimento al funzionamento e all’interazione tra persona e contesto. Questo cambiamento segna un passaggio sostanziale verso una visione più rispettosa e centrata sulla persona, sui suoi diritti piuttosto che sulle mancanze o limitazioni.

Abbiamo compreso che cambiare le parole significa mettere in discussione anche le pratiche consolidate, le prassi e i protocolli che fino ad ora ci hanno permesso di muoverci con una certa sicurezza. Modificare il lessico significa scardinare automatismi professionali e aprirsi a spazi di maggiore ascolto, riflessività e creatività.

Nei primi mesi del 2025 si è creata una situazione di incertezza diffusa in merito all’accertamento dell’invalidità civile. Cittadini, associazioni e servizi si interrogavano in merito a quali fossero le modalità concrete di presentazione delle domande, i tempi di lavorazione, le ricadute sui progetti di vita e sugli interventi sociali già in essere. Le persone e le famiglie hanno continuato a rivolgersi ai nostri servizi per chiedere informazioni e orientamento. Ci siamo spesso trovate nella difficile posizione di dover accogliere il bisogno e l’ansia delle persone senza disporre, a nostra volta, di indicazioni chiare e aggiornate su come il nuovo sistema stesse effettivamente funzionando. Questa condizione ha prodotto inizialmente un senso di smarrimento, solo gradualmente, dopo alcuni mesi, hanno iniziato ad arrivare i nuovi provvedimenti, consentendoci di comprendere in modo più concreto quali fossero le ricadute operative della riforma. Il Verbale è stato sostituito dall’Esito della valutazione di base che attesta formalmente la condizione di disabilità; individua i livelli di bisogno di sostegno e orienta l’accesso ai percorsi successivi (valutazione multidimensionale, progetto di vita).

A nostro parere si apre qui un passaggio fondamentale, che ci ha coinvolte in modo diretto e significativo e che ci ha permesso di misurare, sul campo, il livello di consapevolezza delle persone rispetto al nuovo procedimento e ai cambiamenti introdotti dalla riforma. In collaborazione con le assistenti sociali dell’Ambito, responsabili del procedimento, abbiamo partecipato ai primi colloqui con le persone che, durante la valutazione di base, avevano richiesto un PVI e che INPS aveva successivamente segnalato all’Ambito per l’avvio del procedimento amministrativo. Da questi primi colloqui è emerso che molte persone non conoscevano il nuovo procedimento e che, in sede di valutazione di base, non era stato spiegato loro che cosa fosse il Progetto di Vita. In alcuni casi, le persone non erano nemmeno consapevoli di averne formalmente fatto richiesta, aspetto che ha evidenziato una criticità significativa sul piano dell’informazione, della partecipazione consapevole e della tutela della privacy. Questi colloqui hanno messo in luce come, già nella fase della valutazione di base, l’assistente sociale possa svolgere un ruolo centrale di informazione, orientamento e supporto. Si tratta di funzioni che esprimono la specificità della professione e che risultano decisive per permettere alle persone di comprendere il procedimento, esercitare consapevolmente i propri diritti e partecipare attivamente ai percorsi che le riguardano.

L’assistente sociale ha la possibilità – e la responsabilità – di trasformare il procedimento amministrativo in un percorso di senso, orientato alla definizione del Progetto di Vita.

 

IL CENTRO PER LA VITA INDIPENDENTE

Un’esperienza pionieristica e le sue implicazioni per la pratica del servizio sociale

Di Valeria Mozzon

Scriviamo in qualità di assistenti sociali che hanno partecipato attivamente alle fasi iniziali, all’avvio e allo sviluppo di uno tra i primi Centri per  la Vita Indipendente (CVI) della Lombardia e d’Italia. Un’esperienza che ci ha collocate in una posizione privilegiata di osservazione e sperimentazione, ma che ha richiesto, sin dall’inizio, un profondo impegno nel rivedere e ripensare al modo di leggere e interpretare i bisogni e le risposte rivolte alle persone con disabilità.

Nella nostra realtà regionale, i CVI sono collocati all’interno delle Case di Comunità e dei Punti Unici di Accesso (PUA) presso le ASST e rappresentano la costruzione di reti tra ATS, ASST, Ambiti territoriali, INPS e enti del Terzo Settore.

Il Centro per la Vita Indipendente si inserisce nel solco del modello dei diritti umani, così come delineato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (2006), ratificata in Italia con la Legge n. 18/2009. In particolare, l’articolo 19 sancisce il “diritto delle persone con disabilità a vivere nella comunità con la stessa libertà di scelta delle altre persone”. In tale prospettiva, la vita indipendente non coincide con l’autosufficienza, bensì con la possibilità di esercitare un controllo effettivo sulla propria esistenza, anche attraverso l’accesso a sostegni personalizzati e autodeterminati.

Nella cornice normativa nazionale, il Centro per la Vita Indipendente è configurabile come uno spazio di pensiero, informazione e consulenza, orientato all’empowerment delle persone con disabilità, volto a sostenere processi di autodeterminazione e progettazione individuale. Non si configura come servizio prestazionale ma esso agisce come facilitatore di processo tra la persona, i servizi e le istituzioni, promuovendo modelli di intervento fondati sulla partecipazione attiva, sulla personalizzazione dei sostegni e sul superamento dell’approccio tradizionale.

Le principali funzioni del CVI si articolano in front office (accoglienza, informazione, orientamento e accompagnamento), back office (avvio dell’iter valutativo, identificazione dei percorsi e attivazione dei servizi) e sensibilizzazione, attraverso azioni di promozione culturale rivolte alla comunità e agli operatori. Prevede inoltre la partecipazione del consulente alla pari, figura che potrebbe assumere un ruolo centrale ma che ancora non è entrata nella progettualità concreta in quanto sono in atto corsi formativi. Fin dall’avvio del CVI è apparso evidente come esso non potesse essere ricondotto a un servizio tradizionale, ad un classico “front-office”.

L’Ambito di Brescia ha scelto di declinare la propria specificità nei Progetti di Vita Indipendente orientati alla promozione dell’abitare in autonomia, inoltre ha valutato, quali figure idonee, tre assistenti sociali del territorio, tutte professioniste afferenti all’area disabilità. Sicuramente l’esperienza diretta maturata in questi anni sul campo ha rappresentato un elemento strutturale positivo sia nelle prime fasi di mappatura delle risorse, delle misure ed offerte presenti, sia nell’approccio con le persone che si sono rivolte al CVI ed una dimestichezza e familiarità rispetto al tema in oggetto.

Il CVI è costituito inoltre dagli operatori degli enti del terzo settore, realtà storiche e molto attive sul territorio.L’esperienza pionieristica del CVI ha tuttavia evidenziato anche le criticità strutturali del sistema. La mancanza di cornici attuative uniformi sul territorio nazionale e la persistenza di una cultura assistenzialista rappresentano ancora ostacoli alla piena affermazione del modello di vita indipendente.

Noi, assistenti sociali, siamo state coinvolte a sensibilizzare e informare persone, famiglie e operatori in merito all’esistenza e attivazione del PVI, trovandoci a svolgere una funzione di mediazione tra istanze individuali e vincoli amministrativi, nonché tra contrasti presenti tra famiglie, équipe professionali e istituzioni. Il nostro è stato un lavoro di co-progettazione ed ha comportato una ridefinizione delle pratiche di valutazione, ha richiesto l’adozione di metodologie partecipative fondate sull’ascolto delle aspirazioni della persona (spesso avanzate dai familiari), e non esclusivamente sull’analisi dei bisogni assistenziali.

Il CVI ha assunto inoltre in alcuni casi, il ruolo di informatore e promotore del Progetto di Vita, contribuendo a oltrepassare rigidità di pensiero presenti all’interno dei servizi e favorendo l’apertura a nuove prospettive operative.

All’interno del CVI ci siamo spesso sentite chiamate a fornire risposte immediate, ad intervenire in progettualità già attive ma stagnati e da “riprendere in mano”, o a facilitare la ricomposizione di criticità emerse tra famiglie ed équipe operative.

Nel corso di questo primo anno ci siamo domandate qual è il nostro ruolo e qual è la nostra funzione all’interno del CVI, in qualità anche di operatori di servizi per la disabilità e assistenti sociali facenti parte di una realtà pionieristica.

Il Centro per la Vita Indipendente ha richiesto un investimento significativo in termini di tempo ed energie, nonché la creazione di spazi di riflessione dedicati al confronto e alla progettazione. Fondamentale è stato il dialogo con gli enti del Terzo Settore attraverso tavoli operativi, così come i momenti formali di collaborazione con l’Ambito territoriale. Il percorso è stato inoltre occasione di incontri rivolti ai colleghi di altri servizi, inizialmente poco informati rispetto a questo cambiamento, e rappresenterà un’opportunità per futuri momenti di informazione e confronto destinati alla cittadinanza ed al territorio.

 Il rischio principale per i CVI potrebbe essere di non riuscire a collegarsi con le realtà territoriali e istituzionali, di non essere il servizio immaginato e desiderato dalle persone con disabilità e dai loro familiari e di essere interpretato come l’ennesimo sportello presente sul territorio.

In questo senso, il ruolo consulenziale e di accompagnamento dei CVI potrebbe risultare decisivo, soprattutto nelle fasi iniziali, per sostenere quel cambiamento culturale capace di incidere concretamente sulle pratiche quotidiane dei servizi e sulle rigidità ancora presenti negli operatori.

 

IL PROGETTO DI VITA INDIPENDENTE

Dal Progetto per la persona al progetto con la persona

Di Valeria Viviani e Sofia Fiocco Patuzzi

La riforma a sostegno delle persone con disabilità introdotta dal D.lgs. 62/2024 pone al centro il concetto di “Progetto di vita” come strumento fondante per garantire diritti, partecipazione e autodeterminazione delle persone con disabilità. Il progetto di vita per sua definizione è individualizzato, personalizzato e partecipato. La persona con disabilità è titolare del progetto di vita, e ne richiede l’attivazione; l’interessato è coinvolto dall’avvio del procedimento e costruisce insieme agli operatori e ai servizi la propria progettualità. Nella pratica, tuttavia, questo principio ci ha messo in difficoltà. Troppo spesso, soprattutto quando la disabilità coinvolge la sfera cognitiva o comunicativa, si tende — anche in modo non intenzionale — a spostare l’attenzione sui familiari, rischiando di mettere in secondo piano la voce della persona con disabilità, i suoi desideri e le sue aspettative. La riforma ci ha portato a interrogarci su come rendere effettiva la partecipazione della persona con disabilità anche in presenza di compromissioni cognitive o comunicative. Nella fase sperimentale, non è sempre stato così automatico considerare la persona con disabilità parte dell’equipe. Talvolta è accaduto di convocare l’Unità di Valutazione Multidimensionale attraverso comunicazioni rivolte esclusivamente ai servizi, dimenticando di includere nelle stesse convocazioni le persone con disabilità e i loro familiari, che venivano contattati con modalità separate. Nell’operatività significa scardinare una radicata impostazione: non si lavora per dare una risposta a una domanda e la persona con disabilità diviene interlocutore competente e legittimato al pari di tutti i membri dell’equipe  multi-professionale.

Il PVI presuppone servizi flessibili e capaci di adattarsi alla vita delle persone. Non si tratta di aggiungere nuove prestazioni a quelle già esistenti, ma di ripensare le risposte in funzione dei desideri, dei bisogni e dei contesti di vita di quella persona. L’attuale offerta dei servizi risulta ancora in gran parte dominata da logiche standardizzate in termini di orari, criteri di accessibilità, tipologie di intervento, vincoli amministrativi e economici. Tuttavia, in alcune occasioni, prevalentemente dove si sono create delle condizioni favorevoli di condivisione e co-progettazione è stato possibile attuare nuovi interventi, nuovi spazi e nuove opportunità. Nel corso di questo primo anno di sperimentazione, le persone che per prime hanno richiesto l’attivazione di un PVI sono state soprattutto coloro che desideravano immaginare e costruire la propria vita al di fuori dei servizi strutturati. Il confronto con queste istanze è stato, in alcuni momenti, complesso e faticoso, perché ha richiesto di mettere in discussione risposte consolidate e di provare a immaginare percorsi nuovi. Possiamo affermare che in alcuni casi il solo fatto di averli immaginati insieme alla persona con disabilità ha consentito di progettare nuovi percorsi solo pochi mesi prima inimmaginabili.

Altra considerazione riguarda il budget di progetto, introdotto come strumento innovativo che ci ha trovato un pò impreparate. Professionalmente siamo abituate a gestire le risorse economiche in funzione degli interventi ma il budget di progetto rappresenta qualcosa di nuovo: è uno strumento dinamico che consente di dare le gambe al progetto di vita e alla sua realizzazione.

Il budget di progetto raccoglie e mette in relazione risorse economiche di diversa provenienza: da un lato quelle pubbliche — fondi, misure, contributi, bandi — e dall’altro le risorse personali della persona con disabilità e della sua famiglia, come pensioni, indennità o eventuali rendite. L’obiettivo della definizione del budget non è sommare le risorse, ma capire quali risorse rappresentano un diritto (ciò che serve per poter svolgere attività e vivere condizioni di pari opportunità rispetto agli altri) e quali invece rientrano nella sfera del possibile (ovvero di ciò che può essere realizzato se sostenibile per quella persona, in base alla sua situazione economica e al progetto che ha scelto di perseguire).

Nella definizione del budget di progetto sono emerse criticità concrete. Da un lato, alcune persone con disabilità e le loro famiglie hanno mostrato resistenze nel dichiarare la disponibilità delle proprie risorse personali, spesso per timore di compromettere equilibri economici costruiti nel tempo o pensati per il futuro. In altri casi, la richiesta del PVI è stata accompagnata dalla forte aspettativa che garantisse risorse economiche aggiuntive, aspettativa che il decreto non prevede. Un’ulteriore criticità riguarda la frammentazione e la temporaneità dei finanziamenti, spesso provenienti da fondi differenti e con durata annuale, poco coerenti con l’ambizione di un Progetto di Vita orientato a obiettivi di medio-lungo periodo. A ciò si aggiunge una difficoltà di natura professionale e organizzativa: come assistenti sociali non disponiamo di specifiche competenze “di bilancio” e, ad oggi, manca uno strumento strutturato e condiviso che supporti la formalizzazione del budget di progetto.

Un ulteriore concetto introdotto dalla Dlg.s 62/2024 è il principio di accomodamento ragionevole, come obbligo positivo a adattare servizi, percorsi formativi, ambienti lavorativi e contesti sociali, affinché le barriere non escludano la piena partecipazione delle persone con disabilità. Nel corso di quest’anno l’accomodamento ragionevole è rimasto un concetto molto astratto. Abbiamo compreso la sua forza e il suo potenziale ma non siamo ancora riuscite a vederlo concretizzarsi all’interno di dei nostri PVI.

 

LE PERSONE CON DISABILITA’

Tra aspettative, diritti e realtà dei servizi

Di Daniela Ceresoli

La persona con i propri bisogni e diritti è posta al centro e questo significa che sia coinvolta nel processo decisionale del Progetto di Vita. Tra i principi fondanti vi è quello della soggettività nella costruzione e formazione del progetto, infatti la persona con disabilità è il soggetto principale che interviene portando le proprie istanze, il proprio contributo e agisce in quanto attore principale. Questo laddove possibile che la persona esprima e manifesti le proprie intenzioni, bisogni e pensieri, diversamente sono i familiari o chi la rappresenta ed “agisce per suo conto” a ricoprire tale ruolo. Questo ribalta lo sguardo, le procedure ed il setting dei servizi poiché richiede che la persona sia considerata a partire da quella che è la visione della propria vita nella soggettiva condizione di disabilità. Tutto ciò mette in risalto il fatto che non sia bastevole che i servizi offrano una risposta standardizzata proprio perché le persone portano richieste diversificate, soggettive e alle quali è necessario rispondere in maniera partecipata.

Rispetto a quanto rilevato sul campo, si è osservata consapevolezza nelle persone circa l’importanza di poter perseguire un percorso di costruzione congiunta dove poter essere protagonisti avanzando richieste specifiche, chiedendo di poter progettare soluzioni ad hoc e non pre-costruite.

In questa prima fase sperimentale è emerso un diffuso senso di scontento, legato allo scollamento tra la portata innovativa del Decreto e la concreta realizzazione del Progetto di Vita, che ad oggi non riesce ancora a esprimerne pienamente le potenzialità. È tuttavia importante riconoscere che le richieste pervenute rappresentano il segnale di un bisogno reale e diffuso: le persone con disabilità esprimono con forza l’esigenza di vedere riconosciute risposte più adeguate e coerenti con le proprie esigenze personali.

Diverse persone hanno richiesto l’attivazione del Progetto di Vita con l’aspettativa di poter contare su risorse dedicate alla progettualità personalizzata, senza dover necessariamente ricorrere a servizi già esistenti o a misure strutturate e poco flessibili. Pur riconoscendo la centralità attribuita alla persona dal Decreto, è emersa una riflessione critica sulla distanza tra quanto enunciato a livello normativo e la concreta disponibilità di risorse e servizi, che non sempre risultano allineati ai bisogni e alle aspettative espresse.

In una prima fase, lo strumento del Progetto di Vita è stato talvolta richiesto con l’aspettativa di veder realizzate fin da subito le promesse contenute nel Decreto, come se potesse offrire soluzioni risolutive nell’immediato. In questo contesto è stato fondamentale accompagnare le persone a riconoscere la natura graduale del cambiamento e la necessità di procedere insieme, in un percorso di trasformazione che, pur delineato sul piano normativo, non è ancora pienamente realizzabile sul piano operativo. Le aspettative di un’innovazione concreta in termini di possibilità, servizi e soluzioni diverse rispetto al passato non hanno assunto una valenza passiva, ma hanno piuttosto richiesto e favorito modalità di partecipazione attiva. Questo ha coinvolto le assistenti sociali in un importante lavoro di accompagnamento e mediazione, volto a sostenere le persone nell’acquisire una disposizione consapevole verso il cambiamento complessivo. Tale lavoro ha permesso, da un lato, di guidare le persone nella comprensione della progressività con cui lo strumento potrà essere pienamente attuato e, dall’altro, di approfondire la portata e il significato delle richieste emerse.

Accanto alle aspettative rimaste in parte disattese, è significativo rilevare che molte persone riconoscono comunque un avanzamento rispetto al passato e mostrano una maggiore consapevolezza del fatto che la piena realizzazione del cambiamento richiede uno sforzo condiviso e progressivo. La comprensione della potenzialità insita nel Progetto di Vita ha consentito alle persone di intraprendere percorsi di progettazione orientati a un più ampio riconoscimento e consolidamento dei propri diritti, non limitandosi alla richiesta di risposte immediate. In questo quadro, i servizi sono sempre più chiamati a ripensare le modalità di erogazione delle risorse e delle risposte, affinché risultino coerenti con la soggettività della persona con disabilità e capaci di superare logiche standardizzate. La centralità della persona si configura così non solo come principio enunciato, ma come elemento imprescindibile per la costruzione dei percorsi e come motore del processo di trasformazione in atto.

Nel ruolo di assistenti sociali abbiamo rafforzato il processo di riconoscimento delle potenzialità dello strumento e la validità dello stesso, osservando che alcune persone erano già consapevoli del suo valore, altre invece non ne erano a conoscenza. E’ stato determinante nel nostro ruolo, rilevare le consapevolezze delle persone, la portata delle richieste e delle aspettative e altresì costruire con loro un percorso partecipato, comunicante e risultante da un approccio nuovo. Questo è stato possibile poiché sul campo si sono incontrate persone con richieste di portata diversa le une dalle altre, con conoscenze, risorse e strumenti distinti e diversificati.

Rispetto alla provenienze delle istanze, risulta interessante notare che abbiamo incontrato sia persone già in carico ai servizi sia soggetti nuovi; le prime le abbiamo accompagnate a collaborare insieme nel tentativo di cambiamento e trasformazione della progettualità in corso impostata con gli strumenti precedenti, le persone non note invece le abbiamo affiancate nella strutturazione e nell’avvio dal principio.

Alla luce di quanto sopra, le osservazioni che ci sentiamo di esprimere in quanto assistenti sociali sul campo di una delle province sperimentali interessate, riguardano il bisogno di fronteggiare la transizione superando la diffidenza nell’innovazione e la resistenza al cambiamento, aspetto che tocca sia le persone con disabilità, che i familiari che gli operatori dei servizi stessi. Questo aspetto si rivela un ulteriore catalizzatore per muovere azioni innovative con approcci e sguardi partecipati per il superamento delle barriere e delle limitazioni del passato.

 

CON IL SENNO DI POI

Elementi di valutazione e prospettive future

Riteniamo privilegiato il nostro punto di osservazione poiché essere state coinvolte come assistenti sociali nella sperimentazione ci consente di portare delle riflessioni e considerazioni nate sul campo. Mettere in comunicazione e sullo stesso livello i servizi e le persone interessate con parità di coinvolgimento, partecipazione e possibilità è rivoluzionario e innovativo nei nostri servizi. Riteniamo che la strada sia tracciata ma è necessario lavorare al fine di ideare e consolidare risposte adeguate ai reali percorsi personalizzati che le persone richiedono.

La nostra professione è dotata di strumenti privilegiati e adeguati per lavorare al Progetto di Vita e farlo divenire sempre più appropriato e rispondente alla sua nascita. Lo sguardo d’insieme ci permette di utilizzare il periodo sperimentale vissuto come base di partenza per modulare i prossimi passi in ottica di miglioramento.

Con il senno di poi, riteniamo che sarebbe stato necessario e prezioso accedere ad una formazione sia trasversale che specifica per ogni professionalità, con il coinvolgimento di tutti gli attori preposti alla sperimentazione proprio per diffondere una cultura condivisa e maggior capacità di intervento consapevole. Sarebbe stato utile disporre di un format condiviso per la redazione del Progetto di Vita, in grado di rendere il documento più chiaro, leggibile e facilmente utilizzabile dai diversi attori coinvolti, evitando esiti troppo eterogenei e talvolta dispersivi.

Riteniamo auspicabile l’attivazione di figure professionali specificamente dedicate alla strutturazione e alla definizione dei percorsi, con l’obiettivo di costituire équipe e/o nuclei di lavoro dedicati. La progettazione e l’attuazione dei Progetti di Vita Indipendente richiedono infatti un investimento significativo in termini di tempo, competenze ed energie professionali, difficilmente compatibile con il carico di lavoro già rilevante che caratterizza i nostri servizi di appartenenza. In tale prospettiva, risulta inoltre necessario prevedere spazi organizzativi e temporali adeguati anche per le attività dei CVI, affinché possano operare in modo efficace e continuativo. In alcune situazioni la fatica si è trasformata in una resistenza ad aprirsi alla riforma, rendendo così, ostico l’utilizzo e la realizzazione del Progetto di Vita.

Alla luce delle esperienze maturate, appare sempre più evidente come, per affrontare le sfide future, sia necessario investire nella formazione permanente e nel costante aggiornamento delle competenze dei professionisti impegnati nel lavoro con le persone con disabilità.

 

Assistenti Sociali dott.ssa Daniela Ceresoli, dott.ssa Sofia Fiocco Patuzzi, dott.ssa Valeria Mozzon e dott.ssa Valeria Viviani

 

 

Sinergia e Progettualità: Il Racconto dell’Incontro Annuale dei Gruppi di Lavoro CROAS Lombardia

Che cosa significa, concretamente, “fare Ordine”? Significa trasformare la pratica quotidiana in un progetto collettivo, assicurandosi che nessun collega debba affrontare le sfide della nostra professione in solitudine. Partecipare ai gruppi significa concedersi il lusso di fermarsi a pensare e mettere a frutto la voglia di cambiare le cose, insieme.

Il 10 marzo ci siamo ritrovati per l’Incontro Annuale dei Gruppi di Lavoro e non è stata solo una riunione di coordinamento. È stato un momento di ricarica, un laboratorio dove la fatica dei singoli territori è diventata visione comune.

Con la guida della vicepresidente Alberici , abbiamo condiviso gli strumenti che guideranno il nostro 2026. Non sono solo documenti, ma la nostra “cassetta degli attrezzi” per agire con competenza e coraggio:

I Gruppi di Lavoro si concentreranno su tre direttrici che toccano la vita di ognuno di noi:

  1. Sentirsi sicuri nel proprio agire: stiamo scrivendo linee guida condivise su anziani, cure palliative e strumenti scientifici. Perché avere standard comuni ci rende tutti più forti.
  2. Monitoraggio e Ricerca: il CROAS si conferma osservatorio privilegiato sulla professione, con mappature in corso circa la presenza degli assistenti sociali nelle Case di Comunità e nei ruoli dirigenziali in sanità, senza dimenticare l’analisi dei vissuti emotivi degli operatori.
  3. Restituire valore alla professione: l’attività dei Gruppi supera i tavoli tecnici per trasformarsi in valore condiviso, attraverso convegni che nascono con una duplice missione: rafforzare la nostra formazione e rendere il nostro lavoro visibile, autorevole e pienamente riconosciuto.

La società si trasforma con una velocità che spesso supera la nostra capacità di metabolizzazione, ridefinendo costantemente i confini del nostro agire professionale. In questo scenario, lo studio non è più soltanto un dovere accademico, ma una necessità vitale: studiare insieme i cambiamenti ci permette di non limitarci a “rincorrere” le emergenze, ma di anticiparle, costruendo risposte solide, umane e strutturate, anche per questo motivo, nel 2026, abbiamo dato vita a tre nuovi Gruppi:

    • Disabilità: per interpretare insieme la riforma normativa;
    • Salute Mentale e Dipendenze: per costruire reti territoriali che non lascino indietro nessuno;
    • Strumenti scientifici per l’agire professionale dell’assistente sociale: uno spazio di co-costruzione per trasformare l’esperienza quotidiana in linguaggi validati, rigorosi e comuni a tutta la comunità professionale.   

I Gruppi Territoriali continuano a partecipare agli open day universitari per presentare la professione ai ragazzi che stanno per scegliere il proprio futuro. Quest’anno abbiamo chiesto ai componenti dei  gruppi tematici di partecipare a questi incontri, così da offrire una panoramica più vasta di racconti della professione.  

L’incontro si è concluso davanti ad una pizza, ridendo e confrontandoci, perché crediamo che la crescita professionale nasca innanzitutto dai legami umani.

Per non perdere i prossimi appuntamenti, consulta i save the date:

5.5.2026: Webinar “DENTRO LE CALAMITA’: l’assistente sociale tra azione e deontologia, esserci per la comunità”, organizzato dal Gruppo Tematico Servizio Sociale nell’Emergenza dell’Ordine Regionale Assistenti Sociali della Lombardia, dalle 9:00 alle 13:00

27.5. 2026: Convegno CROAS “Un LEPS, un servizio, una sfida comune.Come costruire il Pronto Intervento Sociale in Lombardia”, dalle 09.30 alle 16.15

04.06.2026: Webinar “Assistenti sociali e incarichi di funzione nel SSR lombardo: risultati di un’indagine e prospettive”, organizzato dal Gruppo Servizio Sociale Professionale in Sanità dell’Ordine Regionale Assistenti Sociali della Lombardia.

 

 

Perché la quota non può essere rimborsata dal datore di lavoro pubblico?

E’ una domanda che ci viene posta spesso ed abbiamo quindi chiesto all’Avvocato Cinzia Alesiani, consulente legale del nostro Ordine, quale fosse il motivo.

Il rimborso da parte degli enti pubblici della quota d’iscrizione all’Ordine è una questione complessa sotto il profilo della contabilità di Stato. Diversi orientamenti della Corte dei Conti (come la sentenza Basilicata n. 99/2009) considerano illegittimo il rimborso diretto laddove non vi sia un’esclusività assoluta della prestazione. La Corte sostiene che l’iscrizione all’Albo è un requisito soggettivo del professionista, che gli appartiene indipendentemente dal rapporto di lavoro, in quanto abilita all’esercizio della professione in senso lato, non solo per quel specifico datore di lavoro.

Inoltre la Corte osserva, come sia sempre possibile, per un dipendente, svolgere l’attività professionale esterna a favore di terzi previa autorizzazione dell’ente di appartenenza. Di conseguenza se il dipendente può svolgere incarichi extra-moenia (anche se di fatto non li svolge), il rapporto di lavoro non è più considerato esclusivo con l’amministrazione.

In altre parole, il punto cruciale è che la valutazione sull’esclusività del rapporto deve essere condotta sul piano normativo astratto e non sulla situazione di fatto del singolo lavoratore (Corte d’Appello Messina, sez.I, n. 628/2023, 629/2023 e 630/2023, Carte App. 9/05/2019, n. 146). Anche se un dipendente pubblico a tempo pieno non ha mai richiesto autorizzazioni per attività esterne e di fatto ha sempre lavorato esclusivamente per l’ente, ciò non è sufficiente a fondare il diritto al rimborso. Ciò che conta è la possibilità, prevista dalla legge, di svolgere attività extra-moenia.

L’eventuale rimborso diretto da parte del datore di lavoro pubblico, pertanto, potrebbe essere considerato una spesa non dovuta e potenzialmente oggetto di valutazione da parte della Corte dei Conti.

Tuttavia, come già accade in alcune realtà, è possibile che la Pubblica Amministrazione riconosca la quota come welfare aziendale, non incorrendo così in sanzioni amministrative.

 

 

 

A.S.Pro.C.: Il Volto Sociale del volontariato di Protezione Civile

C’è una parte della nostra comunità professionale che opera dove il tessuto sociale si lacera all’improvviso, dove le certezze crollano sotto il peso di disastri ambientali o crisi umanitarie. È A.S.Pro.C. OdV (Assistenti Sociali per la Protezione Civile), associazione nazionale di volontariato professionale di Protezione Civile che da febbraio 2015 trasforma la solidarietà in competenza tecnica certificata, portando la metodologia del servizio sociale negli scenari emergenziali locali, nazionali e anche internazionali.

Recentemente, l’Associazione ha celebrato il suo decimo anniversario con un raduno nazionale a Norcia, luogo simbolo dell’emergenza “Sisma Centro Italia” del 2016 dove, per la prima volta, si è svolta sul campo l’azione degli assistenti sociali volontari di A.S.Pro.C. Il raduno non è stata solo una ricorrenza, ma un momento di rilancio operativo che ha visto un’ importante presenza dei soci della Lombardia. 

Come ribadito dai vertici del CNOAS (la cui sede a Roma ospita anche la residenza nazionale dell’Associazione), A.S.Pro.C. non è un semplice atto formale, è lo strumento scelto dall’Ordine per rispondere concretamente all’Articolo 42 del nostro Codice Deontologico, mettendo a disposizione le competenze professionali per concorrere alle attività del Sistema Nazionale di Protezione Civile.

L’assistente sociale volontario non è un soccorritore generico, ma un professionista che opera con un profilo tecnico specifico, capace di inserirsi efficacemente nel complesso sistema dei soccorsi e formato per intervenire con tempestività.

 Il suo ruolo è duplice:

  • Interviene a sostegno dei colleghi dei servizi locali, colpiti a loro volta dall’evento, affiancandoli e coadiuvandoli nei loro compiti e contribuendo all’assistenza della popolazione con particolare attenzione alle persone in condizione di fragilità;
  • Mentre altri si occupano del soccorso logistico o sanitario, A.S.Pro.C. si concentra sull’accoglienza e l’ascolto (gestione dei flussi e supporto psicosociale), sull’orientamento e la rete (garantendo la protezione delle fasce vulnerabili) integrandosi nelle strutture per il fronteggiamento dell’emergenza quali il Centro Operativo Comunale (COC) e il Posto di Assistenza Socio Sanitaria (PASS). Nella fase post-emergenza mira al ripristino del benessere sociale delle persone e della comunità

Sul nostro territorio, la presenza di A.S.Pro.C. è garantita dall’Organismo Operativo Periferico (O.O.P.) Lombardia, articolazione organizzativa che ha il compito di promuoverne localmente la “Mission”, curare la formazione dei soci volontari, diffondere la cultura dell’emergenza, costruire buone prassi di collaborazione con soggetti istituzionali e del volontariato. Tramite L’OOP Lombardia A.S.Pro.C. è stata riconosciuta dalla Regione come “soggetto di rilevanza per il sistema di Protezione Civile” lombardo e la sua attivazione può essere richiesta da Enti Locali o dalla Regione stessa. 

Perché Parlarne Oggi?

Perché in un’epoca segnata da una “quotidianità straordinaria” fatta di emergenze climatiche e crisi collettive, conoscere e supportare  A.S.Pro.C . significa rafforzare l’identità stessa della nostra professione. Essere pronti alla gestione delle crisi non è più un’opzione, ma un preciso impegno etico e una competenza necessaria per la tenuta sociale delle nostre comunità.

… e perché il 18 aprile a Milano si terrà l’assemblea nazionale di A.S.Pro.C. alla presenza dei colleghi provenienti dagli OOP delle diverse regioni.

Per maggiori informazioni:

  • Web: www.asproc.it
  • E-mail Nazionale: info@asproc.it
  • E-mail Lombardia: oop.lombardia@asproc.it

 

 

La Parola ai Gruppi: “Il Servizio Sociale nelle emergenze, un lavoro condiviso che diventa cultura professionale”

Una splendida frase di Leonard Cohen racchiude l’obiettivo di questo gruppo: “C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce”.  Abbiamo chiesto a Cinzia Cislaghi, coordinatrice del gruppo e a Gabriella Ferrari, consigliera referente, di parlarci di questo gruppo nato da ormai quattro anni e che il 5 a maggio presenterà in un webinar il prezioso lavoro fin qui realizzato  

Il nostro viaggio è cominciato nel 2022, non come un semplice impegno in agenda, ma come un cammino condiviso fatto di incontri mensili, scambi di prospettive e riflessioni profonde. Siamo un gruppo di colleghe provenienti da settori diversi, unite dal desiderio di esplorare un territorio ancora poco battuto nei percorsi accademici: il ruolo dell’assistente sociale nelle grandi emergenze.

Dalle ferite alla consapevolezza

Le sfide degli ultimi anni — dalla pandemia alle recenti alluvioni che hanno colpito i nostri territori — hanno reso evidente quanto la nostra professione sia un pilastro essenziale nei momenti di crisi. Ascoltando il richiamo dell’articolo 42 del nostro Codice Deontologico, abbiamo sentito l’urgenza di interrogarci: come possiamo offrire un contributo unico e qualificato quando la comunità viene ferita da eventi collettivi?

Dopo un intenso lavoro di analisi della letteratura scientifica e un confronto sincero sulle difficoltà metodologiche e operative, questo giovane Gruppo Tematico ha dato vita a un risultato concreto: il nuovo Quaderno dell’Ordine dedicato al Servizio Sociale in Emergenza. Il lavoro si è sviluppato attraverso l’analisi della letteratura nazionale e internazionale sul ruolo dell’assistente sociale nelle calamità e nelle crisi collettive, accompagnata da una riflessione condivisa sugli aspetti metodologici e operativi dell’intervento.

Questo documento nasce per dare voce a un impegno spesso silenzioso e invisibile, ma fondamentale per la tenuta sociale. Non è solo un manuale, è una bussola per promuovere una cultura dell’intervento che sia allo stesso tempo tecnica, umana e resiliente.

Vogliamo condividere questo traguardo con tutta la comunità professionale in un momento di confronto aperto e partecipato:

  • Webinar di presentazione: 5 Maggio 2026

Sarà la nostra prima occasione di restituzione pubblica, un appuntamento prezioso per rafforzare la nostra identità e costruire, insieme, una competenza solida per non farci trovare impreparati quando la società ha più bisogno di noi.

Un’occasione preziosa per continuare a costruire consapevolezza, identità e competenza anche nei contesti di emergenza.

 

 

La Parola ai Gruppi: “Strumenti scientifici per l’agire professionale dell’assistente sociale”

La solidità metodologica non è più un’opzione, ma la nostra miglior difesa. Nasce il Gruppo tematico “Strumenti scientifici per l’agire professionale”, uno spazio di co-costruzione per trasformare l’esperienza quotidiana in linguaggi validati, rigorosi e comuni a tutta la comunità professionale. Una riflessione con Guendalina Scozzafava, coordinatrice del gruppo “Strumenti scientifici per l’agire professionale dell’assistente sociale”

Cosa rende davvero “forte” la nostra professione, oggi?

È una domanda che, sempre più spesso, attraversa il lavoro quotidiano di ciascun assistente sociale, soprattutto alla luce dei cambiamenti introdotti dalla Riforma Cartabia. In un contesto che richiede chiarezza, tracciabilità e solidità metodologica, possiamo ancora permetterci strumenti frammentati, poco condivisi o difficilmente riconoscibili all’esterno?

Da questa riflessione nasce il Gruppo tematico: “Strumenti scientifici per l’agire professionale dell’assistente sociale”: un gruppo di lavoro che non vuole semplicemente “produrre strumenti”, ma costruire, insieme, un linguaggio professionale più rigoroso, riconoscibile e validato.

L’obiettivo è ambizioso, ma necessario: partire dalla pratica quotidiana per trasformarla in conoscenza condivisa, strutturata e trasferibile. Griglie valutative, format di relazione, strumenti di analisi: ciò che spesso utilizziamo in modo individuale o locale può diventare patrimonio comune, rafforzando non solo il singolo professionista, ma l’intera comunità professionale.

Il gruppo è già attivo e si configura come uno spazio aperto, partecipativo e multidisciplinare, in cui il confronto tra ambiti diversi (territoriale, giustizia, sanità, libera professione) diventa valore aggiunto. Non si tratta di aderire a modelli rigidi, ma di co-costruire strumenti che siano al tempo stesso scientificamente fondati e concretamente utilizzabili.

La sfida è chiara: passare da una pratica competente a una pratica anche esplicitata, documentata e riconosciuta. Perché ciò che non è condiviso, difficilmente è difendibile nei contesti istituzionali e giuridici in cui sempre più spesso siamo chiamati a operare.

E allora la domanda diventa: possiamo permetterci di non avere strumenti riconoscibili e validati, o è tempo di costruirli in modo condiviso come comunità professionale?

Il gruppo è un invito a partecipare, a portare il proprio sapere esperienziale, a metterlo in dialogo con la ricerca e con altri professionisti. È uno spazio in cui la riflessività diventa metodo e la pratica si trasforma in evidenza.

Perché costruire strumenti significa, in fondo, costruire identità professionale.

E questa è una responsabilità che riguarda tutti noi.

Partecipa al sondaggio

 

 

La Parola ai Gruppi: Lavoro Sociale con i cittadini Migranti

Quattordici anni di viaggio transculturale: un’avventura carica di umanità a colori nata nel nostro Ordine per accogliere, includere e fare comunità insieme a voi nelle parole di Olga Sagnelli, Coordinatrice del Gruppo “Lavoro Sociale con i cittadini Migranti”. 

Caro Gruppo, sono trascorsi ben quattordici anni da quando sei nato e raccontare questi anni insieme sarà davvero una grande emozione!

L’anno 2012 è stato l’inizio della nostra avventura, che ci piace definire come: “un viaggio carico di umanità a colori!”. Ci siamo incontrati, riconosciuti, uniti ed animati, da un bisogno comune di condividere e declinare un approccio transculturale all’accoglienza ed alla cura delle persone migranti. 

Il nostro viaggio, fin qui, ha attraversato e conosciuto diverse rotte, che sovente ci hanno posto dinanzi a nuove sfide e complessità.  Consapevol* delle concrete difficoltà , abbiamo deciso di guardare dal nostro prisma di colori  perché, come ci piace ricordare, dopo ogni tempesta, arriva sempre il sereno scandito dai magici giochi di luce dell’arcobaleno. Ogni nostra meta è stata caratterizzata dall’ incontro con l’Altro, da una scoperta di nuove culture, di nuovi mondi, di nuovi sapori. La nostra visione ci ha  sempre stimolato ad  una riflessione ed un confronto fra l’operatività quotidiana del lavoro sociale con le persone migranti e le dimensioni etiche deontologiche.  

In ogni territorio attraversato abbiamo cercato di fare Comunità, di co-costruire Reti, di intrecciare Relazioni. Insomma abbiamo fatto ORDINE! Già, perché ci piace ricordare, che è proprio dal nostro Ordine che tutto ha origine. Da qui siam partiti, da qui stiamo proseguendo e da qui continueremo il nostro percorso. 

Grazie caro Gruppo. Grazie a tutt* collegh* che ci hanno accompagnato, quelli di  ieri, di oggi e di domani. Grazie Croas Lombardia che hai sempre testimoniato l’impegno e l’attenzione riservata negli anni nei confronti dei temi legati agli obiettivi di accoglienza, integrazione e inclusione sociale delle persone migranti. Nel 2012, ci hai sostenuto favorendo la nascita del Gruppo Tematico inizialmente denominato “Immigrazione” ed oggi “Lavoro Sociale con Cittadini Migranti”.  Grazie a tutti i Consigli dell’Ordine con cui in questi anni abbiamo collaborato e lavorato in sinergia. Grazie all’ufficio di segreteria, cuore pulsante delle tappe fondamentali del nostro viaggio.  

Semplicemente GRAZIE e che questa avventura possa proseguire verso altre destinazioni!

“Ogni muro è una porta”  Ralph Waldo Emerson

Il 16 aprile si terrà il Convegno “In Viaggio con la persona migrante. Quale approdo ai servizi socio-sanitari?”, un approfondimento sul ruolo dell’assistente sociale e la relazione con le persone migranti.

Il titolo del convegno riprende il titolo del prezioso testo scritto dal Gruppo che sarà presentato in quella occasione e che è già possibile leggere e condividere.

 

 

Aprile, un mese di cantieri aperti e pensiero condiviso

Il mese di aprile si apre per il nostro Ordine come un vero e proprio cantiere di idee e di partecipazione. È un periodo attraversato da una forte simbologia di rinascita e riflessione: abbiamo appena lasciato alle spalle la Pasqua cattolica, siamo nel cuore della settimana santa per la Pasqua ebraica (Pesach) e tra pochi giorni celebreremo la Pasqua ortodossa.

Questo incrocio di ricorrenze non è solo una coincidenza di calendario, ma un richiamo alla pluralità di fedi, culture e vissuti che compongono la nostra comunità professionale e che incontriamo ogni giorno nei nostri servizi, ed è soprattutto una richiesta di PACE. In un momento in cui il sistema di welfare è chiamato a rispondere a sfide inedite, la nostra professione deve farsi ponte, capace di tenere insieme le diverse anime della nostra comunità e di prendere parola nei luoghi in cui si progetta il futuro dei diritti. “

“Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi apertori di brecce, saltatori di ostacoli, corrieri a ogni costo, atleti della parola pace” –  Erri De Luca

Al centro della nostra attenzione professionale e della newsletter c’è l’attuazione della Riforma della Disabilità. Non si tratta di un semplice adeguamento normativo, ma di un cambio di paradigma radicale che sposta il focus dalla prestazione alla persona, dal limite al progetto di vita. Come assistenti sociali, siamo i garanti di questo passaggio: il nostro ruolo nella definizione del budget di progetto e nella facilitazione dell’autodeterminazione sarà il perno su cui ruoterà l’efficacia stessa della riforma. Parallelamente, seguiamo con estrema attenzione l’iter del nuovo DDL Affidi. Si tratta di un tema delicatissimo che tocca il cuore della tutela dei minori e delle relazioni familiari che tratteremo nei prossimi numeri della newsletter, per accompagnarvi nella comprensione di ogni passaggio critico.

 La forza del noi: i nostri Gruppi di Lavoro

Nessun cambiamento può essere affrontato in solitudine. Per questo, anche in questo numero della newsletter, abbiamo scelto di presentarvi da vicino alcuni dei nostri Gruppi di Lavoro. Sono spazi di riflessione, ricerca e confronto dove la pratica quotidiana diventa pensiero collettivo. Dai gruppi sulla tutela dei minori a quelli sull’inclusione sociale, queste realtà rappresentano il motore pulsante del nostro Ordine in Lombardia: vi invitiamo a conoscerli e, laddove possibile, a portare il vostro contributo.

 Formazione e incontro: i prossimi appuntamenti

La crescita professionale passa inevitabilmente dal confronto. Vi segnaliamo il calendario dei prossimi convegni in programma per le prossime settimane. Saranno occasioni preziose per approfondire gli aspetti tecnici della professione, ma anche per ritrovarci come comunità, per scambiarci sguardi e prospettive che la routine quotidiana rischia a volte di appannare.

Da questa edizione iniziamo a pubblicare progetti e buone prassi dei territori, Se volete condividere con la comunità professionale delle esperienze inviatele a info.segreteria@ordineaslombardia.it

 

 

Pillole di formazione “La riforma della disabilità: il Decreto Legislativo 62/2024 e il ruolo dell’Assistente Sociale”

Con l’ultimo ampliamento del 1 marzo sono 7 le province lombarde coinvolte dalla sperimentazione della Riforma sulla Disabilità prevista dal PNRR che segna un momento di trasformazione profonda per il sistema della disabilità in Italia e, di riflesso, per il nostro modo di operare. Per questo motivo abbiamo chiesto alla consigliera Cristina Bortolotti, esperta sul tema, di riassumere i punti principali del DDL 62/2024.

Il Decreto Legislativo n. 62 del 3 maggio 2024 attua la riforma prevista dal PNRR in materia di disabilità, delegata dalla legge n. 227 del 22 dicembre 2021, inserita nella Missione 5 “Inclusione e Coesione”, Componente 2 “Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e Terzo settore”.

La riforma riguarda, tra l’altro, la definizione della condizione di disabilità, la valutazione di base, la valutazione multidimensionale, l’elaborazione del Progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato, l’accomodamento ragionevole, la libertà di scelta e il Budget di progetto.

In particolare:

  • Nuova definizione di disabilità: i termini “handicap” e “invalidità” vengono sostituiti da “persona con disabilità”, in linea con la Convenzione ONU del 2006. La disabilità è il risultato dell’interazione tra individuo e ambiente.
  • Valutazione di base: procedimento unitario e multidisciplinare per accertare la condizione di disabilità e l’intensità dei sostegni necessari. Dal 1° gennaio 2025, nelle province pilota, è affidata all’INPS e utilizza le classificazioni internazionali ICD e ICF. Serve al riconoscimento della disabilità e all’accertamento dell’invalidità civile, inclusa quella in età evolutiva per l’inclusione scolastica.
  • Unità di valutazione multidimensionale (UVM): elabora il Progetto di vita rispettando i diritti e le volontà della persona. Viene elaborato con la persona con disabilità, genitori o tutori, eventuali persone di supporto, un assistente sociale o operatore dei servizi sociali, professionisti sanitari e rappresentanti scolastici. La valutazione segue un approccio bio-psico-sociale, secondo ICF e ICD.
  • Progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato: finalizzato a favorire inclusione e partecipazione sociale, rispettando le esigenze e i desideri della persona. Garantisce il diritto alla vita indipendente e al riconoscimento dei diritti civili e sociali.
  • Accomodamento ragionevole: consiste nelle modifiche e negli adattamenti necessari e appropriati che non impongano alla pubblica amministrazione, al concessionario di pubblici servizi, al soggetto privato un onere sproporzionato o eccessivo, adottati, ove ve ne sia necessità in casi particolari, per garantire alle persone con disabilità il godimento e l’esercizio dei diritti civili e sociali. All’accomodamento ragionevole si deve ricorrere esclusivamente in via sussidiaria e allorquando il diritto non sia pienamente esercitabile in concreto
  • Libertà di scelta e Budget di progetto: il progetto garantisce autonomia sul luogo di residenza e definisce risorse e sostegni necessari per la realizzazione del Progetto di vita.

La sperimentazione del decreto è iniziata nel 2025 in 9 province pilota: Brescia, Catanzaro, Firenze, Forlì-Cesena, Frosinone, Perugia, Salerno, Sassari e Trieste, ampliata a 18 province a settembre 2025 e dal 1° marzo 2026 sono coinvolte altre 40 province tra cui Bergamo, Como, Milano, Mantova, Pavia, Sondrio, portando a 58 il totale dei territori coinvolti nel nuovo sistema di accertamento dell’invalidità civile e nella valutazione, di cui 7 in Lombardia.

Il nuovo Decreto rappresenta una sfida per la nostra Comunità Professionale, mettendoci al centro della valutazione multidisciplinare e della costruzione del Progetto di vita. È un invito a cambiare prospettiva: per troppo tempo il sistema ha offerto risposte predefinite, costringendo le persone con disabilità ad adattarsi a “contenitori” rigidi e ad offerte già pronte (Garbage Can Model) , spesso distanti dai loro reali desideri.

Oggi la vera sfida è invertire questa logica. Dobbiamo costruire percorsi flessibili e su misura, capaci di ascoltare davvero le aspirazioni di ogni individuo. Non si tratta di smantellare ciò che esiste, ma di ripensare i servizi in modo dinamico, rendendoli capaci di evolvere insieme alla persona.

In questo scenario, il nostro ruolo diventa quello di “tessitori” di relazioni. Dobbiamo rafforzare il legame con il territorio per passare dalla semplice inclusione a una reale appartenenza. Solo coltivando reti e legami sociali significativi potremo garantire che ogni persona con disabilità non sia un utente passivo, ma il protagonista attivo e consapevole della propria vita all’interno della comunità.

Il CROAS Lombardia ha istituito un Gruppo di Scopo volto a definire il ruolo dell’Assistente Sociale nell’attuazione del Decreto 62/2024. Per partecipare, è possibile inoltrare richiesta a info.segreteria@ordineaslombardia.it

E’ possibile, inoltre, partecipare ad un percorso formativo asincrono, registrandosi al link, con il riconoscimento di crediti formativi.

 

 

Koinè Cooperativa Sociale

Koinè Cooperativa Sociale cerca Assistente Sociale per Equipe Contrasto alla Povertà (ADI) - 38 ore - tempo indeterminato

Servizio

Equipe Contrasto alla Povertà

Responsabile

Roberta Bernocchi

Telefono

3355966338

Sede di lavoro

Pioltello (MI)

Ambito geografico lavorativo

Provincia Milano Est

Inquadramento contrattuale

Livello D2 - CCNL Cooperative Sociali

Email

selezione@koinecoopsociale.it

Ambito

Contrasto alla Povertà - Assegno di Inclusione ADI

Sede di lavoro

Pioltello (MI)

Orario

Full-time lun-ven

Requisiti particolari

Si richiede disponibilità immediata

Esperienza

Preferibile esperienza pregressa ADI

Attività

Assistente Sociale per Equipe contrasto alla povertà - ADI

Contratto

Tempo indeterminato - CCNL Cooperative Sociali

Sito

www.koinecoopsociale.it

COF Lanzo Hospital

Assistente Sociale Part Time o Full Time

Servizio

Servizio Sociale Professionale

Responsabile

Franco Caspani

Telefono

3389264583

Sede di lavoro

Valle Intelvi

Ambito geografico lavorativo

Val Intelvi e Val Menaggio

Inquadramento contrattuale

Dipendente o Libera Professione

Email

f.caspani@cof.it

Ambito

Ospedale Comunità / Case Comunità

Sede di lavoro

Valle Intelvi

Orario

Flessibile

Requisiti particolari

Iscrizione Ordine A / B

Esperienza

Socio-sanitario o Territoriale

Attività

Lavoro in Equipe

Contratto

Dipendente AIOP o Libera Professione

Sito

www.cof.it

Cooperativa Comin

Comin cooperativa sociale ricerca assistenti sociali da inserire in equipe di servizio sociale professionale di Tutela minori

Servizio

Tutela Minori del Comune di Milano

Responsabile

Barbara Plangeri

Telefono

3357591763

Sede di lavoro

Milano

Ambito geografico lavorativo

Milano

Inquadramento contrattuale

CCNL coop sociali livello D2 tempo pieno e indeterminato

Email

barbara.plangeri@coopcomin.org

Ambito

Tutela minori e sostegno alla genitorialità

Sede di lavoro

Milano

Orario

9- 17,30 da lunedì a venerdì

Requisiti particolari

Iscrizione albo professionale

Esperienza

Almeno 1 anno di esperienza in area sociale

Attività

colloqui, incontri di rete, lavoro di equipe, stesura relazioni

Contratto

CCNL tempo indeterminato, livello D2, tempo pieno

Sito

www.coopcomin.org

AZIENDA ISOLA

Azienda Isola informa che è indetto un avviso di selezione di personale: AVVISO PUBBLICO DI SELEZIONE, PER TITOLI ED ESAMI, PER L’ASSUNZIONE DI N.02 (DUE) UNITÀ DI PERSONALE CON PROFILO PROFESSIONALE DI “ASSISTENTE SOCIALE” A TEMPO INDETERMINATO E PIENO – AREA FUNZIONARI (EX CAT. D1) CCNL FUNZIONI LOCALI Scadenza per la presentazione delle domande: ore 12.00 del 09/04/2026. Modulistica disponibile nella sezione Bandi e Avvisi sul sito: https://www.aziendaisola.it/

Servizio

Doppia graduatoria: area "inclusione sociale" e area "tutela minori"

Responsabile

-

Telefono

03519911165

Sede di lavoro

ISOLA BERGAMASCA E BASSA VAL SAN MARTINO

Ambito geografico lavorativo

ISOLA BERGAMASCA E BASSA VAL SAN MARTINO

Inquadramento contrattuale

AREA FUNZIONARI (EX CAT. D1) CCNL FUNZIONI LOCALI

Email

segreteria@aziendaisola.it

Ambito

ISOLA BERGAMASCA E BASSA VAL SAN MARTINO

Sede di lavoro

ISOLA BERGAMASCA E BASSA VAL SAN MARTINO

Orario

full time

Requisiti particolari

Laurea in servizio sociale e Iscrizione all'albo

Esperienza

Non richiesta esperienza pregressa

Attività

Assistente sociale

Contratto

Tempo indeterminato e pieno (36 ore)

Sito

https://www.aziendaisola.it/it/azienda-speciale/archivio/archivio-visualizza/avviso-pubblico-per-la-formazione-di-due-graduatorie-per-titoli-ed-esami-utili-all-assunzione-di-figure-professionali-con-qualifica-di-assistente-sociale-area-funzionari-ai-sensi-dell-art-12-del-ccnl-2019-2021-del-16-11-2022-ex-categoria-d1-1-1-1-1-1?np=1&FRNEWSAS=1&FRNEWSC=6&FRNEWSDF_Day=4&FRNEWSDF_Month=11&FRNEWSDF_Year=2018&FRNEWSDT_Day=1&FRNEWSDT_Month=04&FRNEWSDT_Year=2028