Il primo documento in condivisione analizza il primo anno di sperimentazione del D.Lgs. 62/2024 a Brescia, offrendo una riflessione privilegiata sul passaggio dal modello assistenziale a quello centrato sull’autodeterminazione della persona con disabilità. Attraverso l’analisi di nodi cruciali come la valutazione di base, i Centri per la Vita Indipendente e il Progetto di Vita, le autrici condividono prassi e criticità emerse sul campo. Il contributo si propone come una guida essenziale per la comunità professionale, volta a trasformare il cambiamento normativo in una reale evoluzione culturale e operativa dei servizi.
DARE FORMA ALLA RIFORMA
La sperimentazione del D.Lgs. 62/2024 a Brescia : l’esperienza delle assistenti sociali di Brescia
Il Decreto Legislativo 3 maggio 2024, n. 62 rappresenta una delle riforme più rilevanti degli ultimi anni in materia di disabilità, attuando i principi della Legge Delega n. 227/2021 e recependo in modo più compiuto l’approccio della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Il decreto propone un cambiamento profondo di paradigma: supera una visione prevalentemente assistenziale e sanitaria per orientarsi verso un modello centrato sulla persona, sulla valorizzazione delle capacità individuali, sull’autodeterminazione e sulla partecipazione alla vita sociale delle persone con disabilità. L’attuazione del D.Lgs. 62/2024 è stata avviata attraverso una fase sperimentale in alcune province pilota, tra cui Brescia, con l’obiettivo di testare il nuovo impianto prima della sua estensione a livello nazionale prevista per il 2027. Per i servizi coinvolti, questa sperimentazione ha rappresentato non solo un cambiamento organizzativo, ma un vero e proprio banco di prova culturale e professionale.
Scriviamo questo articolo come assistenti sociali di un servizio specialistico di Brescia a conclusione del primo anno di sperimentazione. Un anno fa ci interrogavamo su come il decreto avrebbe inciso concretamente sul nostro lavoro quotidiano, sui percorsi delle persone con disabilità e sul rapporto con le loro famiglie. Oggi possiamo affermare di aver vissuto un’esperienza intensa e complessa, che ci ha posto in una posizione di osservazione privilegiata rispetto ai cambiamenti in atto, ma anche alle criticità emerse nella fase di transizione.
Il contributo che proponiamo nasce dal desiderio di condividere riflessioni maturate sul campo, nella consapevolezza che ogni territorio declinerà la riforma in modo diverso, in relazione alle proprie caratteristiche. Le considerazioni che seguono non hanno quindi la pretesa di essere generalizzabili, ma intendono offrire spunti di lettura e interrogativi utili alle colleghe, ai servizi che, nei prossimi anni, saranno chiamati ad accompagnare l’attuazione del D.Lgs. 62/2024.
Abbiamo scelto di strutturare questo contributo attorno a quattro macro-temi che, nella nostra esperienza, hanno rappresentato i nodi centrali della sperimentazione: la valutazione di base, il Progetto di Vita indipendente (PVI), il ruolo dei Centri per la Vita Indipendente (CVI) e lo sguardo delle persone con disabilità.
LA VALUTAZIONE DI BASE
Il primo nodo della riforma
Di Sofia Fiocco Patuzzi
L’1 gennaio 2025 è avvenuto il primo vero cambiamento nella nostra operatività con il passaggio dalle tradizionali Commissioni Invalidi, alla valutazione di base, introdotta dal D.Lgs. 62/2024 che rappresenta il primo livello di riconoscimento della condizione di disabilità. Il passaggio è avvenuto in modo repentino, senza la previsione di fasi intermedie di accompagnamento o sperimentazione graduale. Questa modalità ha generato, soprattutto nei primi mesi, una fase di forte disorientamento nei servizi e nei cittadini. Dal punto di vista professionale, non siamo state coinvolte nel processo di trasformazione del sistema di accertamento e abbiamo interrotto la nostra partecipazione alle Commissioni di invalidità.
Il Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità afferente ai Ministeri del Lavoro e delle Politiche sociali e della salute, ha organizzato un percorso formativo al quale hanno partecipato solo alcune colleghe; per questo motivo abbiamo avviato autonomamente lo studio del D.Lgs. 62/2024 all’interno delle attività dei nostri gruppi professionali di miglioramento. Tale approfondimento ci ha consentito di iniziare a cogliere la portata culturale e concettuale del cambiamento in atto, anche sotto il profilo del linguaggio: si passa definitivamente da persona handicappata a persona con disabilità; dalla disabilità grave alla lettura dei bisogni di sostegno; dalla commissione di invalidità all’Unità di valutazione multidimensionale; dai benefici economici ai diritti esigibili; dalle agevolazioni ai sostegni personalizzati. Non si usa più il termine diagnosi ma si fa riferimento al funzionamento e all’interazione tra persona e contesto. Questo cambiamento segna un passaggio sostanziale verso una visione più rispettosa e centrata sulla persona, sui suoi diritti piuttosto che sulle mancanze o limitazioni.
Abbiamo compreso che cambiare le parole significa mettere in discussione anche le pratiche consolidate, le prassi e i protocolli che fino ad ora ci hanno permesso di muoverci con una certa sicurezza. Modificare il lessico significa scardinare automatismi professionali e aprirsi a spazi di maggiore ascolto, riflessività e creatività.
Nei primi mesi del 2025 si è creata una situazione di incertezza diffusa in merito all’accertamento dell’invalidità civile. Cittadini, associazioni e servizi si interrogavano in merito a quali fossero le modalità concrete di presentazione delle domande, i tempi di lavorazione, le ricadute sui progetti di vita e sugli interventi sociali già in essere. Le persone e le famiglie hanno continuato a rivolgersi ai nostri servizi per chiedere informazioni e orientamento. Ci siamo spesso trovate nella difficile posizione di dover accogliere il bisogno e l’ansia delle persone senza disporre, a nostra volta, di indicazioni chiare e aggiornate su come il nuovo sistema stesse effettivamente funzionando. Questa condizione ha prodotto inizialmente un senso di smarrimento, solo gradualmente, dopo alcuni mesi, hanno iniziato ad arrivare i nuovi provvedimenti, consentendoci di comprendere in modo più concreto quali fossero le ricadute operative della riforma. Il Verbale è stato sostituito dall’Esito della valutazione di base che attesta formalmente la condizione di disabilità; individua i livelli di bisogno di sostegno e orienta l’accesso ai percorsi successivi (valutazione multidimensionale, progetto di vita).
A nostro parere si apre qui un passaggio fondamentale, che ci ha coinvolte in modo diretto e significativo e che ci ha permesso di misurare, sul campo, il livello di consapevolezza delle persone rispetto al nuovo procedimento e ai cambiamenti introdotti dalla riforma. In collaborazione con le assistenti sociali dell’Ambito, responsabili del procedimento, abbiamo partecipato ai primi colloqui con le persone che, durante la valutazione di base, avevano richiesto un PVI e che INPS aveva successivamente segnalato all’Ambito per l’avvio del procedimento amministrativo. Da questi primi colloqui è emerso che molte persone non conoscevano il nuovo procedimento e che, in sede di valutazione di base, non era stato spiegato loro che cosa fosse il Progetto di Vita. In alcuni casi, le persone non erano nemmeno consapevoli di averne formalmente fatto richiesta, aspetto che ha evidenziato una criticità significativa sul piano dell’informazione, della partecipazione consapevole e della tutela della privacy. Questi colloqui hanno messo in luce come, già nella fase della valutazione di base, l’assistente sociale possa svolgere un ruolo centrale di informazione, orientamento e supporto. Si tratta di funzioni che esprimono la specificità della professione e che risultano decisive per permettere alle persone di comprendere il procedimento, esercitare consapevolmente i propri diritti e partecipare attivamente ai percorsi che le riguardano.
L’assistente sociale ha la possibilità – e la responsabilità – di trasformare il procedimento amministrativo in un percorso di senso, orientato alla definizione del Progetto di Vita.
IL CENTRO PER LA VITA INDIPENDENTE
Un’esperienza pionieristica e le sue implicazioni per la pratica del servizio sociale
Di Valeria Mozzon
Scriviamo in qualità di assistenti sociali che hanno partecipato attivamente alle fasi iniziali, all’avvio e allo sviluppo di uno tra i primi Centri per la Vita Indipendente (CVI) della Lombardia e d’Italia. Un’esperienza che ci ha collocate in una posizione privilegiata di osservazione e sperimentazione, ma che ha richiesto, sin dall’inizio, un profondo impegno nel rivedere e ripensare al modo di leggere e interpretare i bisogni e le risposte rivolte alle persone con disabilità.
Nella nostra realtà regionale, i CVI sono collocati all’interno delle Case di Comunità e dei Punti Unici di Accesso (PUA) presso le ASST e rappresentano la costruzione di reti tra ATS, ASST, Ambiti territoriali, INPS e enti del Terzo Settore.
Il Centro per la Vita Indipendente si inserisce nel solco del modello dei diritti umani, così come delineato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (2006), ratificata in Italia con la Legge n. 18/2009. In particolare, l’articolo 19 sancisce il “diritto delle persone con disabilità a vivere nella comunità con la stessa libertà di scelta delle altre persone”. In tale prospettiva, la vita indipendente non coincide con l’autosufficienza, bensì con la possibilità di esercitare un controllo effettivo sulla propria esistenza, anche attraverso l’accesso a sostegni personalizzati e autodeterminati.
Nella cornice normativa nazionale, il Centro per la Vita Indipendente è configurabile come uno spazio di pensiero, informazione e consulenza, orientato all’empowerment delle persone con disabilità, volto a sostenere processi di autodeterminazione e progettazione individuale. Non si configura come servizio prestazionale ma esso agisce come facilitatore di processo tra la persona, i servizi e le istituzioni, promuovendo modelli di intervento fondati sulla partecipazione attiva, sulla personalizzazione dei sostegni e sul superamento dell’approccio tradizionale.
Le principali funzioni del CVI si articolano in front office (accoglienza, informazione, orientamento e accompagnamento), back office (avvio dell’iter valutativo, identificazione dei percorsi e attivazione dei servizi) e sensibilizzazione, attraverso azioni di promozione culturale rivolte alla comunità e agli operatori. Prevede inoltre la partecipazione del consulente alla pari, figura che potrebbe assumere un ruolo centrale ma che ancora non è entrata nella progettualità concreta in quanto sono in atto corsi formativi. Fin dall’avvio del CVI è apparso evidente come esso non potesse essere ricondotto a un servizio tradizionale, ad un classico “front-office”.
L’Ambito di Brescia ha scelto di declinare la propria specificità nei Progetti di Vita Indipendente orientati alla promozione dell’abitare in autonomia, inoltre ha valutato, quali figure idonee, tre assistenti sociali del territorio, tutte professioniste afferenti all’area disabilità. Sicuramente l’esperienza diretta maturata in questi anni sul campo ha rappresentato un elemento strutturale positivo sia nelle prime fasi di mappatura delle risorse, delle misure ed offerte presenti, sia nell’approccio con le persone che si sono rivolte al CVI ed una dimestichezza e familiarità rispetto al tema in oggetto.
Il CVI è costituito inoltre dagli operatori degli enti del terzo settore, realtà storiche e molto attive sul territorio.L’esperienza pionieristica del CVI ha tuttavia evidenziato anche le criticità strutturali del sistema. La mancanza di cornici attuative uniformi sul territorio nazionale e la persistenza di una cultura assistenzialista rappresentano ancora ostacoli alla piena affermazione del modello di vita indipendente.
Noi, assistenti sociali, siamo state coinvolte a sensibilizzare e informare persone, famiglie e operatori in merito all’esistenza e attivazione del PVI, trovandoci a svolgere una funzione di mediazione tra istanze individuali e vincoli amministrativi, nonché tra contrasti presenti tra famiglie, équipe professionali e istituzioni. Il nostro è stato un lavoro di co-progettazione ed ha comportato una ridefinizione delle pratiche di valutazione, ha richiesto l’adozione di metodologie partecipative fondate sull’ascolto delle aspirazioni della persona (spesso avanzate dai familiari), e non esclusivamente sull’analisi dei bisogni assistenziali.
Il CVI ha assunto inoltre in alcuni casi, il ruolo di informatore e promotore del Progetto di Vita, contribuendo a oltrepassare rigidità di pensiero presenti all’interno dei servizi e favorendo l’apertura a nuove prospettive operative.
All’interno del CVI ci siamo spesso sentite chiamate a fornire risposte immediate, ad intervenire in progettualità già attive ma stagnati e da “riprendere in mano”, o a facilitare la ricomposizione di criticità emerse tra famiglie ed équipe operative.
Nel corso di questo primo anno ci siamo domandate qual è il nostro ruolo e qual è la nostra funzione all’interno del CVI, in qualità anche di operatori di servizi per la disabilità e assistenti sociali facenti parte di una realtà pionieristica.
Il Centro per la Vita Indipendente ha richiesto un investimento significativo in termini di tempo ed energie, nonché la creazione di spazi di riflessione dedicati al confronto e alla progettazione. Fondamentale è stato il dialogo con gli enti del Terzo Settore attraverso tavoli operativi, così come i momenti formali di collaborazione con l’Ambito territoriale. Il percorso è stato inoltre occasione di incontri rivolti ai colleghi di altri servizi, inizialmente poco informati rispetto a questo cambiamento, e rappresenterà un’opportunità per futuri momenti di informazione e confronto destinati alla cittadinanza ed al territorio.
Il rischio principale per i CVI potrebbe essere di non riuscire a collegarsi con le realtà territoriali e istituzionali, di non essere il servizio immaginato e desiderato dalle persone con disabilità e dai loro familiari e di essere interpretato come l’ennesimo sportello presente sul territorio.
In questo senso, il ruolo consulenziale e di accompagnamento dei CVI potrebbe risultare decisivo, soprattutto nelle fasi iniziali, per sostenere quel cambiamento culturale capace di incidere concretamente sulle pratiche quotidiane dei servizi e sulle rigidità ancora presenti negli operatori.
IL PROGETTO DI VITA INDIPENDENTE
Dal Progetto per la persona al progetto con la persona
Di Valeria Viviani e Sofia Fiocco Patuzzi
La riforma a sostegno delle persone con disabilità introdotta dal D.lgs. 62/2024 pone al centro il concetto di “Progetto di vita” come strumento fondante per garantire diritti, partecipazione e autodeterminazione delle persone con disabilità. Il progetto di vita per sua definizione è individualizzato, personalizzato e partecipato. La persona con disabilità è titolare del progetto di vita, e ne richiede l’attivazione; l’interessato è coinvolto dall’avvio del procedimento e costruisce insieme agli operatori e ai servizi la propria progettualità. Nella pratica, tuttavia, questo principio ci ha messo in difficoltà. Troppo spesso, soprattutto quando la disabilità coinvolge la sfera cognitiva o comunicativa, si tende — anche in modo non intenzionale — a spostare l’attenzione sui familiari, rischiando di mettere in secondo piano la voce della persona con disabilità, i suoi desideri e le sue aspettative. La riforma ci ha portato a interrogarci su come rendere effettiva la partecipazione della persona con disabilità anche in presenza di compromissioni cognitive o comunicative. Nella fase sperimentale, non è sempre stato così automatico considerare la persona con disabilità parte dell’equipe. Talvolta è accaduto di convocare l’Unità di Valutazione Multidimensionale attraverso comunicazioni rivolte esclusivamente ai servizi, dimenticando di includere nelle stesse convocazioni le persone con disabilità e i loro familiari, che venivano contattati con modalità separate. Nell’operatività significa scardinare una radicata impostazione: non si lavora per dare una risposta a una domanda e la persona con disabilità diviene interlocutore competente e legittimato al pari di tutti i membri dell’equipe multi-professionale.
Il PVI presuppone servizi flessibili e capaci di adattarsi alla vita delle persone. Non si tratta di aggiungere nuove prestazioni a quelle già esistenti, ma di ripensare le risposte in funzione dei desideri, dei bisogni e dei contesti di vita di quella persona. L’attuale offerta dei servizi risulta ancora in gran parte dominata da logiche standardizzate in termini di orari, criteri di accessibilità, tipologie di intervento, vincoli amministrativi e economici. Tuttavia, in alcune occasioni, prevalentemente dove si sono create delle condizioni favorevoli di condivisione e co-progettazione è stato possibile attuare nuovi interventi, nuovi spazi e nuove opportunità. Nel corso di questo primo anno di sperimentazione, le persone che per prime hanno richiesto l’attivazione di un PVI sono state soprattutto coloro che desideravano immaginare e costruire la propria vita al di fuori dei servizi strutturati. Il confronto con queste istanze è stato, in alcuni momenti, complesso e faticoso, perché ha richiesto di mettere in discussione risposte consolidate e di provare a immaginare percorsi nuovi. Possiamo affermare che in alcuni casi il solo fatto di averli immaginati insieme alla persona con disabilità ha consentito di progettare nuovi percorsi solo pochi mesi prima inimmaginabili.
Altra considerazione riguarda il budget di progetto, introdotto come strumento innovativo che ci ha trovato un pò impreparate. Professionalmente siamo abituate a gestire le risorse economiche in funzione degli interventi ma il budget di progetto rappresenta qualcosa di nuovo: è uno strumento dinamico che consente di dare le gambe al progetto di vita e alla sua realizzazione.
Il budget di progetto raccoglie e mette in relazione risorse economiche di diversa provenienza: da un lato quelle pubbliche — fondi, misure, contributi, bandi — e dall’altro le risorse personali della persona con disabilità e della sua famiglia, come pensioni, indennità o eventuali rendite. L’obiettivo della definizione del budget non è sommare le risorse, ma capire quali risorse rappresentano un diritto (ciò che serve per poter svolgere attività e vivere condizioni di pari opportunità rispetto agli altri) e quali invece rientrano nella sfera del possibile (ovvero di ciò che può essere realizzato se sostenibile per quella persona, in base alla sua situazione economica e al progetto che ha scelto di perseguire).
Nella definizione del budget di progetto sono emerse criticità concrete. Da un lato, alcune persone con disabilità e le loro famiglie hanno mostrato resistenze nel dichiarare la disponibilità delle proprie risorse personali, spesso per timore di compromettere equilibri economici costruiti nel tempo o pensati per il futuro. In altri casi, la richiesta del PVI è stata accompagnata dalla forte aspettativa che garantisse risorse economiche aggiuntive, aspettativa che il decreto non prevede. Un’ulteriore criticità riguarda la frammentazione e la temporaneità dei finanziamenti, spesso provenienti da fondi differenti e con durata annuale, poco coerenti con l’ambizione di un Progetto di Vita orientato a obiettivi di medio-lungo periodo. A ciò si aggiunge una difficoltà di natura professionale e organizzativa: come assistenti sociali non disponiamo di specifiche competenze “di bilancio” e, ad oggi, manca uno strumento strutturato e condiviso che supporti la formalizzazione del budget di progetto.
Un ulteriore concetto introdotto dalla Dlg.s 62/2024 è il principio di accomodamento ragionevole, come obbligo positivo a adattare servizi, percorsi formativi, ambienti lavorativi e contesti sociali, affinché le barriere non escludano la piena partecipazione delle persone con disabilità. Nel corso di quest’anno l’accomodamento ragionevole è rimasto un concetto molto astratto. Abbiamo compreso la sua forza e il suo potenziale ma non siamo ancora riuscite a vederlo concretizzarsi all’interno di dei nostri PVI.
LE PERSONE CON DISABILITA’
Tra aspettative, diritti e realtà dei servizi
Di Daniela Ceresoli
La persona con i propri bisogni e diritti è posta al centro e questo significa che sia coinvolta nel processo decisionale del Progetto di Vita. Tra i principi fondanti vi è quello della soggettività nella costruzione e formazione del progetto, infatti la persona con disabilità è il soggetto principale che interviene portando le proprie istanze, il proprio contributo e agisce in quanto attore principale. Questo laddove possibile che la persona esprima e manifesti le proprie intenzioni, bisogni e pensieri, diversamente sono i familiari o chi la rappresenta ed “agisce per suo conto” a ricoprire tale ruolo. Questo ribalta lo sguardo, le procedure ed il setting dei servizi poiché richiede che la persona sia considerata a partire da quella che è la visione della propria vita nella soggettiva condizione di disabilità. Tutto ciò mette in risalto il fatto che non sia bastevole che i servizi offrano una risposta standardizzata proprio perché le persone portano richieste diversificate, soggettive e alle quali è necessario rispondere in maniera partecipata.
Rispetto a quanto rilevato sul campo, si è osservata consapevolezza nelle persone circa l’importanza di poter perseguire un percorso di costruzione congiunta dove poter essere protagonisti avanzando richieste specifiche, chiedendo di poter progettare soluzioni ad hoc e non pre-costruite.
In questa prima fase sperimentale è emerso un diffuso senso di scontento, legato allo scollamento tra la portata innovativa del Decreto e la concreta realizzazione del Progetto di Vita, che ad oggi non riesce ancora a esprimerne pienamente le potenzialità. È tuttavia importante riconoscere che le richieste pervenute rappresentano il segnale di un bisogno reale e diffuso: le persone con disabilità esprimono con forza l’esigenza di vedere riconosciute risposte più adeguate e coerenti con le proprie esigenze personali.
Diverse persone hanno richiesto l’attivazione del Progetto di Vita con l’aspettativa di poter contare su risorse dedicate alla progettualità personalizzata, senza dover necessariamente ricorrere a servizi già esistenti o a misure strutturate e poco flessibili. Pur riconoscendo la centralità attribuita alla persona dal Decreto, è emersa una riflessione critica sulla distanza tra quanto enunciato a livello normativo e la concreta disponibilità di risorse e servizi, che non sempre risultano allineati ai bisogni e alle aspettative espresse.
In una prima fase, lo strumento del Progetto di Vita è stato talvolta richiesto con l’aspettativa di veder realizzate fin da subito le promesse contenute nel Decreto, come se potesse offrire soluzioni risolutive nell’immediato. In questo contesto è stato fondamentale accompagnare le persone a riconoscere la natura graduale del cambiamento e la necessità di procedere insieme, in un percorso di trasformazione che, pur delineato sul piano normativo, non è ancora pienamente realizzabile sul piano operativo. Le aspettative di un’innovazione concreta in termini di possibilità, servizi e soluzioni diverse rispetto al passato non hanno assunto una valenza passiva, ma hanno piuttosto richiesto e favorito modalità di partecipazione attiva. Questo ha coinvolto le assistenti sociali in un importante lavoro di accompagnamento e mediazione, volto a sostenere le persone nell’acquisire una disposizione consapevole verso il cambiamento complessivo. Tale lavoro ha permesso, da un lato, di guidare le persone nella comprensione della progressività con cui lo strumento potrà essere pienamente attuato e, dall’altro, di approfondire la portata e il significato delle richieste emerse.
Accanto alle aspettative rimaste in parte disattese, è significativo rilevare che molte persone riconoscono comunque un avanzamento rispetto al passato e mostrano una maggiore consapevolezza del fatto che la piena realizzazione del cambiamento richiede uno sforzo condiviso e progressivo. La comprensione della potenzialità insita nel Progetto di Vita ha consentito alle persone di intraprendere percorsi di progettazione orientati a un più ampio riconoscimento e consolidamento dei propri diritti, non limitandosi alla richiesta di risposte immediate. In questo quadro, i servizi sono sempre più chiamati a ripensare le modalità di erogazione delle risorse e delle risposte, affinché risultino coerenti con la soggettività della persona con disabilità e capaci di superare logiche standardizzate. La centralità della persona si configura così non solo come principio enunciato, ma come elemento imprescindibile per la costruzione dei percorsi e come motore del processo di trasformazione in atto.
Nel ruolo di assistenti sociali abbiamo rafforzato il processo di riconoscimento delle potenzialità dello strumento e la validità dello stesso, osservando che alcune persone erano già consapevoli del suo valore, altre invece non ne erano a conoscenza. E’ stato determinante nel nostro ruolo, rilevare le consapevolezze delle persone, la portata delle richieste e delle aspettative e altresì costruire con loro un percorso partecipato, comunicante e risultante da un approccio nuovo. Questo è stato possibile poiché sul campo si sono incontrate persone con richieste di portata diversa le une dalle altre, con conoscenze, risorse e strumenti distinti e diversificati.
Rispetto alla provenienze delle istanze, risulta interessante notare che abbiamo incontrato sia persone già in carico ai servizi sia soggetti nuovi; le prime le abbiamo accompagnate a collaborare insieme nel tentativo di cambiamento e trasformazione della progettualità in corso impostata con gli strumenti precedenti, le persone non note invece le abbiamo affiancate nella strutturazione e nell’avvio dal principio.
Alla luce di quanto sopra, le osservazioni che ci sentiamo di esprimere in quanto assistenti sociali sul campo di una delle province sperimentali interessate, riguardano il bisogno di fronteggiare la transizione superando la diffidenza nell’innovazione e la resistenza al cambiamento, aspetto che tocca sia le persone con disabilità, che i familiari che gli operatori dei servizi stessi. Questo aspetto si rivela un ulteriore catalizzatore per muovere azioni innovative con approcci e sguardi partecipati per il superamento delle barriere e delle limitazioni del passato.
CON IL SENNO DI POI
Elementi di valutazione e prospettive future
Riteniamo privilegiato il nostro punto di osservazione poiché essere state coinvolte come assistenti sociali nella sperimentazione ci consente di portare delle riflessioni e considerazioni nate sul campo. Mettere in comunicazione e sullo stesso livello i servizi e le persone interessate con parità di coinvolgimento, partecipazione e possibilità è rivoluzionario e innovativo nei nostri servizi. Riteniamo che la strada sia tracciata ma è necessario lavorare al fine di ideare e consolidare risposte adeguate ai reali percorsi personalizzati che le persone richiedono.
La nostra professione è dotata di strumenti privilegiati e adeguati per lavorare al Progetto di Vita e farlo divenire sempre più appropriato e rispondente alla sua nascita. Lo sguardo d’insieme ci permette di utilizzare il periodo sperimentale vissuto come base di partenza per modulare i prossimi passi in ottica di miglioramento.
Con il senno di poi, riteniamo che sarebbe stato necessario e prezioso accedere ad una formazione sia trasversale che specifica per ogni professionalità, con il coinvolgimento di tutti gli attori preposti alla sperimentazione proprio per diffondere una cultura condivisa e maggior capacità di intervento consapevole. Sarebbe stato utile disporre di un format condiviso per la redazione del Progetto di Vita, in grado di rendere il documento più chiaro, leggibile e facilmente utilizzabile dai diversi attori coinvolti, evitando esiti troppo eterogenei e talvolta dispersivi.
Riteniamo auspicabile l’attivazione di figure professionali specificamente dedicate alla strutturazione e alla definizione dei percorsi, con l’obiettivo di costituire équipe e/o nuclei di lavoro dedicati. La progettazione e l’attuazione dei Progetti di Vita Indipendente richiedono infatti un investimento significativo in termini di tempo, competenze ed energie professionali, difficilmente compatibile con il carico di lavoro già rilevante che caratterizza i nostri servizi di appartenenza. In tale prospettiva, risulta inoltre necessario prevedere spazi organizzativi e temporali adeguati anche per le attività dei CVI, affinché possano operare in modo efficace e continuativo. In alcune situazioni la fatica si è trasformata in una resistenza ad aprirsi alla riforma, rendendo così, ostico l’utilizzo e la realizzazione del Progetto di Vita.
Alla luce delle esperienze maturate, appare sempre più evidente come, per affrontare le sfide future, sia necessario investire nella formazione permanente e nel costante aggiornamento delle competenze dei professionisti impegnati nel lavoro con le persone con disabilità.
Assistenti Sociali dott.ssa Daniela Ceresoli, dott.ssa Sofia Fiocco Patuzzi, dott.ssa Valeria Mozzon e dott.ssa Valeria Viviani