Primo Maggio: il lavoro invisibile del Servizio Sociale

Il Primo Maggio non è solo celebrazione del lavoro, ma un richiamo concreto alle condizioni in cui il lavoro si svolge.

Per il Servizio Sociale, questa ricorrenza interroga direttamente il senso stesso della professione: garantire diritti in contesti in cui i diritti sono fragili, esposti, talvolta negati.

Essere assistenti sociali oggi significa appartenere a una “specie rara” del mondo del lavoro: professionisti chiamati quotidianamente a tutelare i più fragili, mentre si trovano essi stessi in una condizione di crescente vulnerabilità.

Il lavoro delle e degli assistenti sociali si esercita in un equilibrio complesso. Da un lato, presidio tecnico e deontologico nei processi di tutela; dall’altro, un trovarsi a operare spesso senza adeguate garanzie di sicurezza, esposti a minacce, aggressioni verbali e, in alcuni casi, fisiche. La dimensione relazionale, che costituisce il cuore del Servizio Sociale, si sviluppa infatti sempre più frequentemente in contesti segnati da tensione, sfiducia e conflitto.

A questo si aggiunge una condizione strutturale di svantaggio professionale: carichi di lavoro elevati, risorse limitate, riconoscimento pubblico e mediatico intermittente. Una combinazione che rischia di compromettere non solo il benessere degli operatori, ma anche la qualità degli interventi a tutela dei cittadini.

Nel giorno in cui si celebra il lavoro, non si può quindi ignorare che anche questa è una professione esposta, spesso invisibile nelle sue complessità e poco tutelata nelle criticità. Una professione che richiede competenze, responsabilità e una costante assunzione di decisioni in contesti ad alta delicatezza, senza che a ciò corrisponda sempre un adeguato sistema di protezione e retribuzione. A ciò si aggiunge una significativa disparità salariale all’interno della stessa professione, che penalizza in particolare chi opera nel sistema delle cooperative, dove a parità di funzioni e responsabilità si registrano trattamenti economici sensibilmente inferiori.

Eppure, proprio in questa fragilità risiede la specificità del ruolo dei servizi. Essere assistenti sociali significa continuare a esercitare una funzione di garanzia anche quando le condizioni di esercizio diventano difficili. Significa mantenere saldo il riferimento al Codice Deontologico e alla responsabilità professionale, trasformando la competenza tecnica in uno strumento di tutela, non solo per l’utenza ma anche per la legittimità dell’operato.

Il Primo Maggio, allora, non è soltanto una ricorrenza, ma un’occasione per riaffermare che il lavoro sociale è lavoro a pieno titolo: un lavoro che merita riconoscimento, protezione e rispetto. Non per rivendicare privilegi, ma per assicurare che chi è chiamato a garantire i diritti degli altri possa farlo in condizioni adeguate, sicure e dignitose.

In questa giornata, si rivendica quindi la necessità di una maggiore tutela per la comunità professionale e, insieme, si riafferma il valore pubblico del Servizio Sociale: una funzione essenziale per la tenuta democratica del Paese, che non può essere lasciata in una condizione di marginalità. Celebrare il Primo Maggio significa rendere visibile ciò che spesso resta invisibile: il lavoro quotidiano di chi opera nei margini, per fare in modo che quei margini non diventino confini invalicabili. Queste condizioni – segnate da esposizione alla violenza, scarsa considerazione sociale e trattamenti economici non adeguati – stanno progressivamente erodendo l’attrattività della professione. Si osserva già oggi un indebolimento dell’interesse verso i percorsi formativi in Servizio Sociale, con il rischio concreto, nel prossimo futuro, di una riduzione significativa dei nuovi ingressi nella professione.

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