La Costituzione nel DNA

C’è un filo rosso, invisibile ma robusto, che unisce il 2 giugno 1946 alla quotidianità professionale di ogni assistente sociale, una comunità a netta prevalenza femminile. Quel giorno, per la prima volta su scala nazionale*, le donne italiane ebbero accesso alle urne, esercitando un diritto che non era solo un tassello politico, ma l’atto di nascita di una nuova idea di cittadinanza. Tra i banchi dell’Assemblea Costituente sedettero ventuno Madri Costituenti, capaci di incidere l’articolo 3 nella pietra angolare della Repubblica: l’uguaglianza formale e sostanziale, il dovere dello Stato di “rimuovere gli ostacoli” che impediscono il pieno sviluppo della persona.

Lì, in quel mandato di emancipazione e giustizia sociale, affonda le radici l’essenza stessa del servizio sociale. Per la nostra comunità professionale, credere nei valori della Costituzione oggi non è una celebrazione rituale, ma una scelta di resistenza etica. Significa dare gambe e voce agli articoli che tutelano la dignità umana, i diritti dei minori, l’inclusione e il benessere della comunità, traducendo i principi costituzionali in interventi concreti di welfare, generativo e di prossimità.

Tuttavia, celebrare la Festa della Repubblica oggi assume un significato più complesso, quasi pungente. Viviamo un tempo storico in cui la professione si trova a operare in un clima di crescente tensione. Non è raro assistere a narrazioni distorte, attacchi mediatici o, dinamica ancor più grave, a dichiarazioni di esponenti delle stesse istituzioni e cariche dello Stato che puntano il dito contro la nostra comunità professionale, usandoci come capri espiatori di fragilità sistemiche o strumentalizzandoli per scopi politici, spesso senza rendersi conto che se la politica o le cariche pubbliche attaccano la professione, stanno implicitamente attaccando il sistema di tutele pubbliche che la professione difende.

Cosa significa, quindi, difendere la Costituzione quando le stesse istituzioni che dovrebbero garantirla sembrano disconoscere il valore sussidiario e di tutela della professione?

Significa ricordare che la responsabilità etica, l’impegno professionale e costituzionale di un’assistente sociale si rivolge alla Repubblica e ai suoi cittadini, non al potere politico.

Significa ribadire che il mandato professionale – sancito dal Codice Deontologico – è legato alla difesa dei diritti di tutta la cittadinanza.

Credere nella Costituzione oggi impone alla comunità professionale di non indietreggiare. Significa abitare i territori rivendicando la natura strategica del servizio sociale come investimento sul capitale sociale del Paese e non come mero costo assistenziale. Le e gli assistenti sociali sono, per costituzione e per scelta, custodi dei diritti e della democrazia sostanziale in ogni luogo del Paese. Il 2 Giugno, per la comunità professionale, è la festa di chi ogni giorno, con competenza e discrezione, ricuce lo strappo tra il dettato costituzionale e la vita reale delle persone più fragili.

 

*La storia del voto femminile ha una particolarità, Il suffragio universale fu introdotto dal governo Bonomi con il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23 del 31 gennaio 1945, che riconosceva il diritto di voto alle donne con più di 21 anni. Tuttavia, quel decreto non prevedeva il voto passivo, la possibilità di essere votate e quindi elette, che fu sancita solo l’anno successivo con un secondo decreto, il n. 74 del 10 marzo 1946 in occasione delle elezioni Amministrative. Ed è questa la primissima volta in cui le donne italiane si sono recate alle urne per rinnovare i consigli comunali di circa 5.700 municipi. L’affluenza fu altissima (superiore all’80%) e l’evento segnò anche l’elezione delle prime sindache nella storia del Paese.

 

 

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