Dall’ascolto al potere di decidere

 

Ancilla arriva al CPS con un quaderno pieno di appunti. Non li ha scritti per sé, li ha scritti per essere creduta. Racconta la sua storia da otto anni – a psichiatri, infermieri, psicologi, assistenti sociali – e da otto anni qualcuno la ringrazia per la sua testimonianza, prima di tornare a decidere senza di lei. La sua cartella clinica è aggiornata. La sua voce, quasi mai. 

Per il 2026 l’OMS ha scelto un tema che suona come un rimprovero gentile al nostro modo di lavorare: “Lived experiences heard: real voices, real change” – esperienze vissute ascoltate: voci reali, cambiamento reale. Un titolo che ci costringe a rispondere in modo netto: non basta raccogliere testimonianze, occorre riconoscere all’esperienza vissuta lo status di competenza, capace di orientare progettazione, erogazione e valutazione dei servizi. È la differenza, non secondaria, tra costruire sistemi per le persone e costruirli con le persone.

Per anni abbiamo confuso la partecipazione con la testimonianza. Abbiamo invitato le persone con esperienza vissuta di disagio psichico a raccontare la propria storia in convegni e percorsi formativi, applausi compresi. Poi, subito dopo, siamo tornati a decidere senza di loro.

Il tema di quest’anno rovescia questa impostazione: chi vive un disagio psichico non porta solo una storia da raccontare, porta un sapere da usare nella costruzione dei servizi, spesso più aggiornato di molti studi. Per noi assistenti sociali questo non è un concetto astratto. È il peer counseling che affianca il colloquio clinico. È il budget di salute che si costruisce insieme alla persona, non per la persona. È la differenza, che conosciamo bene, tra un utente a cui si eroga una prestazione e un cittadino che partecipa a un progetto di vita.

L’assistente sociale può restare un traduttore tra il linguaggio del sistema e quello delle persone, sempre a valle delle decisioni; oppure può diventare alleato nella redistribuzione del potere.

In concreto:

  • aprire le équipe alla presenza strutturale e retribuita di chi ha vissuto il disagio, con ruolo riconosciuto (peer supporter);
  • costruire tavoli di coprogettazione stabiliti nei piani di zona, dove le persone con esperienza vissuta siedano prima che il progetto sia scritto;
  • investire in formazione condivisa e riconosciuta tra operatori e utenti esperti;
  • sostenere il passaggio dalle strutture residenziali di lunga degenza all’abitare supportato;
  • coinvolgere familiari e caregiver come alleati, non come semplici destinatari di informazioni.

“Nulla su di noi, senza di noi”, non è uno slogan da citare a chiusura di un intervento: è un criterio di verifica per ogni progetto che firmiamo, ogni équipe che coordiniamo, ogni piano di zona a cui contribuiamo. Il 10 ottobre non può essere, per noi, un giorno di sensibilizzazione generica da ricordare con un’immagine sui social. Può essere l’occasione per chiederci, nei nostri servizi, nelle nostre équipe, negli sportelli, nei nostri progetti di vita: chi manca ancora, oggi, dal tavolo dove si decide?

 

 

 

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