Bisogna avere visto

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”

In occasione della Giornata nazionale per la dignità delle persone private della libertà, come CROAS Lombardia abbiamo partecipato alla giornata di mobilitazione del 14 luglio organizzata dall’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione partecipando all’ispezione presso la II Casa di Reclusione di Milano Bollate con l’obiettivo di richiamare l’attenzione pubblica e professionale sull’urgenza di migliorare le reali condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari.

L’ispezione condotta a Bollate, realtà storicamente riconosciuta come carcere modello e presidio sperimentale, ha evidenziato come la pressione del sovraffollamento stia progressivamente compromettendo la qualità e la sostenibilità dei percorsi detentivi. La struttura, progettata per ospitare circa 900 persone, ne registra attualmente circa 1.640, spingendo il tasso di sovraffollamento oltre il 130%.

Tra gli elementi di maggiore criticità emersi durante il sopralluogo:

  • Compressione degli spazi abitativi: Stanze di pernottamento progettate per quattro persone ne ospitano oggi fino a sette o otto, con una conseguente carenza di arredi di base (come gli armadi) e l’adeguamento forzato degli spazi minimi di vivibilità.
  • Svuotamento dei luoghi collettivi: Spazi comuni originariamente destinati alla socializzazione privi di sedie e tavoli, unitamente ad aree esterne per i passeggi ridotte a lastroni di cemento completamente esposti alle temperature estive.
  • Salute e benessere psicologico: L’alto dato relativo alla somministrazione di psicofarmaci, in assenza di diagnosi pregresse, impone una seria riflessione sullo stato della salute mentale e sulla presa in carico sanitaria all’interno degli istituti.

Malgrado tutto questo, Bollate rimane uno dei carceri con la qualità di vita migliore. 

Spesso l’esperienza professionale ci porta a varcare la soglia degli istituti penitenziari per colloqui o attività esterne; tuttavia, l’osservazione diretta della quotidianità detentiva restituisce con estrema chiarezza la distanza tra il dettato costituzionale e la realtà.

Mentre una narrazione semplificata tende a sostenere logiche meramente afflittive — fondate sulla privazione totale dei diritti, sull’invisibilità delle condizioni di vita e sul concetto del “buttare via la chiave” , vogliamo riaffermare un principio cardine del nostro ordinamento: la pena deve essere commisurata al reato e non può mai trasformarsi in un trattamento degradante o lesivo della dignità umana.

La privazione della libertà personale costituisce di per sé la sanzione comminata dallo Stato. Aggiungere a essa condizioni di vita degradanti, l’assenza di un microclima vivibile, la privazione della socialità o la negazione della tutela della salute non aumenta la sicurezza collettiva, alimenta la marginalità e il disagio.

Con il massimo e doveroso rispetto per le vittime dei reati, che il sistema pubblico deve sostenere con maggiore forza nei percorsi di rielaborazione del danno subito, appare evidente come la mera retorica punitiva sia la risposta più inefficace per prevenire la recidiva. Un percorso detentivo che azzera la dignità non rieduca; produce solo ulteriore frattura sociale.

Come ricordava Piero Calamandrei, «per comprendere davvero il funzionamento della giustizia è necessario vedere il carcere».

Il carcere non può essere un luogo isolato e impermeabile rispetto alla società civile. Come comunità professionale da sempre impegnata nei processi di inclusione, giustizia riparativa e reinserimento sociale, ribadiamo che la tutela delle condizioni di vita detentive e la promozione del lavoro interno ed esterno siano.

 

 

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