Quando parliamo di gender gap, lo sguardo collettivo va quasi sempre verso quei settori in cui le donne lottano per entrare. Ma esiste un altro divario, più sottile, ma ugualmente presente: quello che si consuma ogni giorno all’interno di una professione dove oltre il 93% dei volti, delle mani e delle competenze appartiene alle donne.
Il Servizio Sociale è una colonna portante del welfare di questo Paese. Eppure, proprio perché è un lavoro a stragrande maggioranza femminile, sconta uno stigma storico: la sovrapposizione tra la professionalità tecnica e l’idea stereotipata della “vocazione” e del “care work”. Questa equazione ha finito per svalutare l’intero settore, sul piano del riconoscimento economico, sulle risorse investite, sul riconoscimento del ruolo.
Ma il divario non finisce alla base della piramide, né si limita alla sola progressione di carriera verso le Posizioni Organizzative, le Elevate Qualificazioni o la Dirigenza.
C’è un paradosso ancora più stridente che si consuma nei luoghi del sapere e del pensiero strategico. Quando si organizzano convegni, tavole rotonde e seminari per parlare di “cura”, di Servizi e di Politiche Sociali, i panel dei relatori diventano improvvisamente e nettamente a prevalenza maschile.
In quelle sedi assistiamo a un ribaltamento totale delle percentuali di genere. Come se non bastasse la discriminazione verticale nelle carriere, si consuma una svalutazione culturale sottile e profonda: l’idea implicita che le donne siano adatte a “fare” il lavoro di cura, ma che non siano ugualmente idonee o riconosciute per teorizzarlo, insegnarlo, fare formazione o guidare le scelte politiche dell’area di cui si occupano quotidianamente. Quello che passa è il messaggio fuorviante e inaccettabile che le donne vadano bene per la gestione sul campo, ma che la riflessione scientifica e l’indirizzo delle politiche sociali debbano restare appannaggio degli uomini.
A questo fenomeno si affianca ciò che accade all’interno delle organizzazioni:
- L’ascensore di cristallo per la minoranza maschile: Nonostante gli uomini siano meno del 10% della nostra comunità professionale, la loro percentuale di accesso a ruoli di coordinamento e di Posizione Organizzativa cresce in modo sproporzionato rispetto alla loro rappresentanza di base.
- La trappola del carico di cura privato: Le professioniste sul campo pagano ancora il peso della sproporzione nel carico familiare, affrontando modelli organizzativi che chiedono una disponibilità oraria rigida anziché valorizzare i risultati.
- Un modello di leadership da rifondare: Si continuano a premiare metriche presenzialiste anziché la capacità di mediazione, visione sistemica e gestione della complessità che le nostre professioniste mettono in campo ogni giorno.
- Sovra rappresentanza maschile negli stessi organi professionali. All’interno dei nostri Consigli, sia a livello nazionale che regionale, la presenza maschile risulta nettamente sproporzionata rispetto alla reale composizione di genere della categoria. Questa situazione evidenzia una dinamica complessa: anche all’interno della nostra comunità professionale, si conferma la tendenza delle donne a delegare la rappresentanza votando per colleghi uomini.
Non possiamo permettere che una professione che fa dell’equità, della giustizia sociale e dei diritti i propri pilastri deontologici, tolleri al proprio interno dinamiche di questo tipo.
Di fronte a questo scenario, come Ordine Assistenti Sociali della Lombardia abbiamo scelto di attuare piccole scelte:
- Nessun evento senza parità nei panel: Il Consiglio Regionale della Lombardia sostiene, promuove e partecipa ad iniziative formative e convegnistiche solo a condizione che sia garantita un’equa rappresentanza di genere tra relatori, moderatori ed esperti.
- Alcuni anni fa siamo stati tra i Consigli regionali che per primi hanno richiesto una modifica del nome del nostro Ordine Professionale da Consiglio nazionale/regionale degli assistenti sociali a Ordine Assistenti Sociali, eliminando l’articolo maschile che in una comunità professionale a netta prevalenza femminile era davvero paradossale. Modifica registrata a febbraio 2025 dopo un voto unanime della conferenza Presidenti
Il gender gap nella comunità professionale delle e degli assistenti sociali non è numerico, né riguarda la facilità di accesso a questa professione. Al contrario, è il riflesso di una cultura sociale che continua a sottostimare la figura femminile e di conseguenza sminuisce e toglie dignità ad una professione marcatamente femminile ed al relativo ruolo di cura che è invece fondamentale.
Queste disparità non si abbattono semplicemente chiedendo più spazio nei ruoli gestionali, ma riprendendoci, come donne, la parola e l’autorevolezza scientifica sui temi che conosciamo meglio di chiunque altro. Non chiediamo corsie preferenziali, ma il pieno rispetto di una competenza che non deve più essere svalutata sul campo, né delegata ad altri nei luoghi della decisione e della formazione.