Caro bambino,
sono un’assistente sociale e scelgo di non chiamarti per nome, perché credo che, in questo momento, nessuno di noi abbia il diritto di farlo.
Nessuno dovrebbe attribuirti parole, definizioni o identità che rischiano di accompagnarti per tutta una vita appena iniziata.
Ti scrivo per dirti che mi dispiace.
Mi dispiace per il rumore freddo che ti si sta creando attorno, quando penso che tu abbia bisogno soltanto di silenzio e calore. So che le mani di chi si sta prendendo cura di te sanno essere tante cose, e sono certa che sapranno essere anche il calore che ti serve, e che lo saranno fino a quando sarà necessario.
Mi dispiace per quello che le persone stanno non soltanto pensando, ma soprattutto dichiarando, sulla tua mamma.
Sai, non si sa dove sia, se stia bene, se le manchi, se abbia dovuto affrontare qualcosa di troppo più grande di lei, se sia stata la disperazione a condurla fin qui. Non sappiamo nemmeno quanto conosca di ciò che ti è accaduto.
Non sappiamo tante cose. Eppure, sembra che tutti sappiano già abbastanza per giudicare.
Mi dispiace che la tua storia inizi così, nelle voci e sugli schermi di persone che non ti conoscono. Persone che oggi parlano di te, si commuovono, si indignano, commentano ogni dettaglio e che forse domani si saranno già dimenticate della tua esistenza.
Mi dispiace che il sistema che oggi cerca di prendersi cura di te sia anche quello che, troppo spesso, non riesce a incontrare le persone prima che la difficoltà diventi disperazione. Persone che hanno paura di chiedere aiuto, non sanno come farlo o non sanno nemmeno di averne diritto.
Sai, bambino, il sistema di cui faccio parte fallisce (io fallisco) ogni volta in cui una persona non ha potuto esercitare un diritto che le spetta. E anche poter chiedere aiuto è un diritto.
Mi dispiace che il tuo corpo, il tuo peso, i dettagli sulle tue prime ore di vita siano diventati informazioni da diffondere, particolari da raccontare, occasioni per esprimere un’opinione.
Come se il fatto che qualcosa possa essere raccontato significhi necessariamente il doverlo fare.
Come se il diritto di sapere degli altri venisse sempre prima del tuo diritto, bambino mio, a non essere esposto sulla “pubblica piazza”.
Mi dispiace per questa fredda pietà che oggi ti circonda e che, quanto più diventa rumorosa, tanto più si allontana dal mio concetto di cura. E mi dispiace per la rabbia che si riversa sulla tua mamma, così immediata e così sicura di sé, nonostante tutto ciò che ancora non sappiamo, e che probabilmente non sapremo mai.
Mi dispiace perché, finito questo rumore, resterà la tua storia. Una storia con cui dovrai crescere, ma che migliaia di sconosciuti hanno già iniziato a scrivere al posto tuo.
Ma sono un’assistente sociale e so, perché ho studiato, ascoltato e imparato da chi ne sa più di me, che nessuna persona può essere ridotta a un singolo momento della propria esistenza.
Non so chi diventerai, piccolo bambino, e non voglio aggiungere la mia voce a quelle di chi sembra voler già scrivere qualcosa di te. Vorrei soltanto che ti fosse lasciata la possibilità di crescere, scegliere e, un giorno, se vorrai, raccontarti.
Forse questo sarà possibile quando noi adulti impareremo a custodire un po’ meglio ciò che non ci appartiene. Proprio come non ci appartieni tu.
Buona vita, piccolo bambino. È in arrivo la parte migliore. Quella che nessuno potrà raccontare al posto tuo.
Un’assistente sociale.