Se la celebre teoria dei sei gradi di separazione ipotizza che ogni persona sulla Terra sia collegata a qualunque altra attraverso una rete di non più di cinque intermediari, per connettere la nostra professione al mese di giugno ne bastano appena tre: Repubblica, Diritti e Pace.
Il 2 giugno del 1946 l’Italia sceglieva la Repubblica Costituzionale, ponendo la persona, la solidarietà, l’uguaglianza sostanziale e il ripudio della guerra al centro del proprio patto fondativo. Quando l’Articolo 3 della Costituzione affida alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” e l’Articolo 11 sancisce che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la Carta non si limita a proclamare valori astratti, ma delinea una democrazia viva, che si adopera per rendere la libertà e la pace un’esperienza reale, quotidiana e accessibile a tutti.
È esattamente in questo spazio – tra il diritto proclamato e la vita vissuta – che si colloca il nostro lavoro. Come assistenti sociali agiamo come agenti di cambiamento e promotori di giustizia sociale. Se la Repubblica offre la cornice dei diritti e della convivenza pacifica, la nostra professione ne rappresenta, sul territorio, la coscienza critica e lo strumento di attuazione. Tradurre i principi costituzionali in interventi concreti significa contrastare ogni forma di oppressione, esclusione e violenza, difendendo l’idea stessa di una vita dignitosa.
Vivere dignitosamente significa avere accesso alle opportunità, ricevere protezione nelle fragilità ed essere riconosciuti per ciò che si è, liberi dalla minaccia dei conflitti e della sottomissione. Stessa libertà richiesta e cercata nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969 nei moti di Stonewall, che rivivono oggi attraverso il Pride: non può esserci reale giustizia sociale se il diritto a una vita piena non include la libertà di amare e di esprimere la propria identità. Le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere provocano isolamento e marginalità; proprio come i conflitti armati, lacerano il tessuto sociale e annientano i diritti elementari.
In virtù di questo mandato etico, come Ordine Assistenti Sociali della Lombardia abbiamo confermato la nostra partecipazione al Milano Pride. Per il terzo anno consecutivo non sfileremo da soli, ma cammineremo insieme ad altri Ordini Professionali della regione, per ribadire che la nostra comunità è in prima linea nella tutela della dignità di ogni persona. Invitiamo calorosamente tutte le colleghe e i colleghi lombardi a essere presenti e a partecipare attivamente non solo all’appuntamento milanese, ma anche ai diversi Pride che attraverseranno i territori della nostra Regione. Abitare questi spazi significa manifestare la volontà di costruire contesti accoglienti, inclusivi e strutturalmente pacifici.
Il mese di giugno ci ricorda che la democrazia e la pace sono cantieri sempre aperti e che i diritti non sono conquiste immobili, ma processi che vanno alimentati, curati e difesi ogni giorno.
Celebrare la Repubblica, sostenere il Pride, chiedere l’immediata cessazione di tutti i conflitti ha per noi la stessa matrice di significato: dare volto, gambe e voce a una società in cui il diritto a vivere liberi e in sicurezza sia un patrimonio universale, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che negano l’uguaglianza e la serenità dei popoli e dei singoli, ed è un compito che la Costituzione e il nostro codice deontologico affidano, in modo esplicito, alla nostra comunità professionale. Un mandato di cui dobbiamo essere consapevoli e orgogliosi, soprattutto quando le istituzioni sembrano dimenticare che la nostra stessa esistenza e il nostro ruolo sociale sono scritti nella Carta fondamentale della Repubblica.